Materie plastiche cosa sono? L’indagine tecnica su sigle, proprietà e prove di identificazione

DiLucia Terenzi

Lug 20, 2026
Indagine tecnica su un flacone per capire materie plastiche cosa sono e come riconoscerne sigle e proprietà

«È PET?» chiede il responsabile acquisti, rigirando un flacone trasparente. «Sembra», risponde il magazziniere. Il problema è tutto in quel verbo. Chi cerca materie plastiche cosa sono spesso vuole anche capire come distinguerle, ma l’occhio non basta. Le plastiche sono materiali costituiti principalmente da polimeri, ai quali possono essere aggiunte sostanze che ne modificano colore, rigidità, lavorabilità e altre prestazioni. Per identificare un flacone anonimo servono tre livelli di prova: sigla stampata, proprietà osservabili e analisi strumentale. Nessuno dei tre, preso da solo, risponde a tutte le domande.

Materie plastiche cosa sono: il primo indizio è il marchio

Reperto 1: numero e abbreviazione

Il fondo del flacone è il primo posto da esaminare. La Decisione 97/129/CE associa agli imballaggi in plastica alcuni numeri e abbreviazioni: PET 1, HDPE 2, PVC 3, LDPE 4, PP 5 e PS 6. Il numero 7 raccoglie invece altre plastiche: non è il nome di una singola famiglia e non consente, da solo, di stabilire quale materiale si abbia davanti.

La sigla è un indizio documentale forte, purché sia leggibile e coerente con la documentazione del prodotto. Non è però un certificato universale. Il triangolo con un numero non dimostra automaticamente che l’imballaggio sarà riciclato nell’impianto disponibile, né che la resina sia compatibile con un cosmetico, un alimento o una sostanza chimica specifica.

Qui si confondono spesso due piani. COREPLA distingue il corretto conferimento degli imballaggi dalla loro riciclabilità effettiva. Il primo riguarda dove gettare il rifiuto secondo le indicazioni applicabili; la seconda dipende dalla possibilità concreta di selezionare e avviare a riciclo l’imballaggio nel suo insieme. Materiale, formato, colore, chiusure e componenti possono pesare sul risultato. La sigla della parete non assolve automaticamente tappo, etichetta e residui.

Il dato europeo rende la distinzione meno accademica. Secondo il Parlamento europeo, nel 2022 ogni cittadino dell’Unione ha prodotto in media 36,1 kg di rifiuti da imballaggi plastici; 14,7 kg sono stati riciclati, circa il 40,7%. Il codice impresso è dunque l’inizio della verifica, non la prova che il ciclo sia già chiuso.

Dal colpo d’occhio alle proprietà: quattro reperti da trattare con cautela

Reperto 2: trasparenza

Il flacone dell’indagine è limpido. La tentazione è scrivere subito PET sul verbale, ma sarebbe prematuro. Il PET è spesso impiegato in contenitori trasparenti; sul mercato si incontrano però anche flaconi in PETG e formulazioni di altre famiglie con aspetti diversi. Al contrario, HDPE e LDPE appaiono frequentemente traslucidi o opachi, senza che questa tendenza diventi una regola di identificazione.

Coloranti, spessori, finiture superficiali e formulazioni alterano l’aspetto. Trasparente descrive ciò che passa attraverso la parete; non dice con certezza quale polimero la costituisca. Se manca il marchio, la trasparenza restringe il campo, ma non chiude il caso.

Reperto 3: rigidità

Una pressione controllata sulla parete aggiunge informazioni. LDPE è normalmente associato a manufatti più morbidi e flessibili; HDPE a contenitori più sostenuti. PS può presentarsi rigido e relativamente fragile. PP copre impieghi nei quali forma e flessibilità cambiano in funzione del pezzo. Il PVC è il caso che dovrebbe frenare le diagnosi sbrigative: può essere formulato in versioni rigide oppure flessibili.

La risposta alla pressione dipende inoltre da geometria e spessore. Un flacone sottile si deforma più di uno spesso anche se la famiglia è la stessa. Nervature, spalle e fondi sagomati irrigidiscono il contenitore senza cambiare il polimero. La rigidità è quindi un reperto comparativo, non una firma.

Reperto 4: barriera

La barriera riguarda la capacità del contenitore di limitare il passaggio di gas, vapori o altre sostanze. Non si misura guardando una bottiglia controluce. Due pareti esternamente simili possono rispondere in modo diverso, e un imballaggio può essere progettato con più componenti o strutture non riconoscibili a occhio.

Per il perito, la domanda corretta non è «sembra protettivo?», ma «quale prestazione è dichiarata e con quale metodo è stata verificata?». La sigla identifica una famiglia generale; non certifica una barriera specifica né la conservazione di qualunque contenuto per qualunque durata.

Reperto 5: temperatura

Anche la temperatura separa gli usi, ma non offre una prova domestica affidabile. Le famiglie polimeriche reagiscono diversamente al calore; formulazione, spessore, processo produttivo e sollecitazione modificano il comportamento del manufatto. Un campione rimasto stabile a temperatura ambiente non è per questo adatto al riempimento caldo, alla sterilizzazione o alla permanenza vicino a una fonte di calore.

La verifica passa da schede tecniche, condizioni d’uso dichiarate e prove controllate sul contenitore reale. Scaldare, fondere o bruciare un frammento per riconoscerlo è una scorciatoia da evitare: espone a fumi e produce osservazioni ambigue, soprattutto quando sono presenti additivi, pigmenti o materiali combinati.

Destinazione d’uso e laboratorio: quando l’ipotesi diventa prova

Reperto 6: che cosa conteneva il flacone

I cataloghi applicativi mostrano flaconi in PET, PETG, HDPE, LDPE, PP e PVC destinati ai settori cosmetico, farmaceutico, alimentare e chimico. È un dato utile perché conferma quanto sia ampio il campo delle soluzioni. Non autorizza però il ragionamento inverso: sapere che il contenitore ospitava uno shampoo o un detergente non basta a dedurne la resina.

La compatibilità deve riguardare la coppia precisa fra contenuto e imballaggio. Vanno considerati formulazione, concentrazione, tempi di contatto, temperatura, chiusura e prestazioni richieste. Il marchio PET 1 o HDPE 2 non equivale a una dichiarazione automatica di idoneità alimentare, farmaceutica o chimica. Per quella servono documenti e verifiche riferiti all’impiego concreto.

Reperto 7: lo spettro di laboratorio

Quando la sigla manca, è dubbia oppure il rischio economico e tecnico è elevato, si passa all’identificazione strumentale. La spettroscopia FT-IR, descritta in ambito tecnico anche da LabWorld con riferimento alla strumentazione Bruker, misura la risposta del campione alla radiazione infrarossa e produce uno spettro confrontabile con riferimenti noti. È una delle tecniche usate per riconoscere le famiglie polimeriche.

La spettroscopia Raman, illustrata anche da PhysicsOpenLab, ricava a sua volta informazioni caratteristiche dall’interazione tra luce e materiale. Può affiancare altre analisi quando colore, geometria o composizione rendono insufficiente il primo controllo. L’Università di Napoli Federico II ha inoltre presentato un sistema rapido che combina spettroscopia e algoritmi per l’identificazione delle plastiche.

Neppure lo strumento va trasformato in un oracolo. Il risultato dipende dal campionamento, dalla superficie analizzata, dalla qualità dello spettro e dal confronto con riferimenti adeguati. Rivestimenti, contaminazioni e strutture composte possono richiedere più punti di misura o tecniche complementari. La differenza rispetto all’esame visivo è netta: il laboratorio produce una traccia verificabile, non un’impressione.

Scheda comparativa delle famiglie e limiti dell’esame visivo

  • PET 1: frequente nei contenitori rigidi e trasparenti. L’aspetto può confondersi con altre plastiche trasparenti.
  • HDPE 2: comune nei flaconi sostenuti, spesso traslucidi o opachi. Colore e spessore ne modificano la percezione.
  • PVC 3: disponibile in formulazioni rigide o flessibili. La sola durezza non è discriminante.
  • LDPE 4: generalmente associato a pareti più morbide e comprimibili. La geometria può però irrigidire il pezzo.
  • PP 5: usato per contenitori e componenti con caratteristiche variabili. Non si identifica con una singola prova manuale.
  • PS 6: può presentarsi rigido e fragile, ma l’aspetto cambia secondo forma e lavorazione.
  • Altre plastiche 7: categoria residuale, non materiale specifico. Richiede l’abbreviazione esatta, la documentazione o un’analisi.

L’occhio non risolve in modo affidabile la distinzione fra plastiche trasparenti simili, non misura barriera e resistenza termica, non riconosce sempre rivestimenti o strutture composte e non dimostra la compatibilità con il contenuto. Non stabilisce neppure la riciclabilità effettiva dell’intero imballaggio. Per una prima selezione può bastare; per accettare una fornitura, contestare un materiale o definire un uso, no.

Dal punto di vista dell’addetto alla selezione dei rifiuti, il verdetto è ancora più asciutto: sul nastro non arriva una sigla astratta, ma un oggetto completo, con forma, colore, tappo, etichetta e residui. Riconoscere la famiglia è necessario. Scambiarla per una garanzia totale è l’errore che manda fuori strada l’intera indagine.

Di Lucia Terenzi

Amo viaggiare ed esplorare nuove culture, incontrare nuove persone e provare cibi diversi. Mi piace anche leggere, cucinare e guardare film.