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Il teatro di Rifredi per una Firenze bella, 2/3

novembre 18, 2008 by admin 


Il problema vero con il quale avremo da fare i conti non è quello di immaginare in modo un po’ demagogico che il problema del sudicio dipende da un politico e da un’amministrazione comunale e basta. È un problema che dipende dalla nostra educazione, da chi butta una sigaretta in terra, ma quello che può fare un’amministrazione comunale è creare un nuovo clima per il quale si prova a semplificare il quotidiano, a mettere chiarezza e semplicità: nelle transenne, nella segnaletica, nella cartellonistica. Si prova a contrastare in qualche misura una stratificazione dell’incuria di cui non si può certo attribuire la responsabilità a un’amministrazione però le interviste dei fiorentini ci chiedono essenzialmente tutto ciò: di riuscire ad affermare come priorità di tutta la prossima amministrazione una guerra senza quartiere alla sciatteria, una guerra senza quartiere alla mediocrità. Perché quando si blocca un marciapiede, come si è visto prima, certo non è l’assessore che lo blocca, è un cittadino perché ci sono i problemi che sappiamo, perché ci sono alcuni cittadini che non riescono a passare, ci sono le mamme con la carrozzina che non riescono a passare, ci sono le persone diversamente abili che non riescono a passare. Ma non diamo, non creiamo, non siamo nelle condizioni di dare un’immagine bella di noi stessi che forse è la prima cosa che dobbiamo fare.
Mi ha colpito una e-mail: “Io non capisco perché le scale mobili funzionano sempre alla Coop e mai alla stazione di Santa Maria Novella”. Ecco l’idea che il pubblico abbia in qualche misura un elemento di difficoltà maggiore del privato a far funzionare le cose. Se questo è vero la risposta non può essere “Metteremo ordine, faremo pulito ”. Non servono le ordinanze per essere ordinati, come è scritto dietro piazza Sant’Ambrogio fuori da un locale. Occorrono le piazze che vivono, occorre essere capaci di riportare vita nelle 81 piazze di questa città, occorre essere in grado di ripensarne l’organizzazione. Mai più una piazza senza verde e senza panchine, come piazza Ghiberti, mai più una piazza incapace di accogliere la cittadinanza: preferisco piazza Leopoldo a piazza Viesseux. E su questo tema noi riusciremo a fare un mutamento culturale di cui c’è grande importanza: riportare il dibattito sulla sicurezza a patrimonio comune dell’intera sinistra e dell’intero Pd. Io credo che oggi, nella città del bello, il primo problema sia la sciatteria è abbastanza frustrante. Dovremmo esser più attenti nella manutenzione ordinaria, nella cura del particolare. Perché anche il particolare a Firenze deve essere bello. Nel costruire dei locali Jazz, nell’avere dei luoghi di incontro. L’altra volta dicevo una, dieci, cento Le Cité (la libreria in Oltrarno). Ma credo che i luoghi di caffè, di musica, i piccoli locali, in qualche misura, incoraggino la costruzione di un Noi. E soltanto il Noi ci salverà da questo dibattito sulla sicurezza.

La sicurezza è un valore di tutti. Chi mette in discussione le scelte dell’assessore Cioni al ribasso fa un errore. Bisogna incalzarlo per farle ancora più grandi. Ma non è chiudendosi dentro una casa che saremo liberi, è che saremo sicuri ma a noi non interessa solo la sicurezza che è un primo passo del problema. Oltre la sicurezza vogliamo la libertà per una giovane donna di poter uscire la sera e di tornare senza fare la corsa tra la macchina e il portone di casa perché magari non è illuminato. Vogliamo una libertà per le signore di 65-70 anni che vogliono andare a teatro, che magari non riescono a prendere l’ultimo autobus, per vari motivi, di essere messe nella condizione, di poter andare magari con un’amica senza alcun problema. Vogliamo la libertà di girare, di vivere, di respirare, di annusare Firenze. Per farlo, la grande sfida oggi è quella di riportare il Noi dentro le piazze. È quella di far animare la vita dentro le piazze non soltanto dalle persone, ma più in generale dai cittadini. Vi faccio un esempio: Ilary Blasi. E la voglio paragonare a un fiorentino. Ilary Blasi è nata negli anni ’80, Matteo Poggi, anni ’70, dove voglio arrivare? Ilary Blasi ha fatto un’intervista a Vanity Fair e ha detto al giornalista: “Ti porto a vedere il luogo più bello di Roma”. Sapete qual è il luogo in cui Ilary Blasi ha portato il giornalista? Uno potrebbe dire il Colosseo, una chiesa, il Campidoglio… ognuno ha la sua idea del luogo più bello di Roma. Ilary Blasi ha portato il giornalista in periferia di Roma: fuori da un supermercato della zona Portuense. Lì c’è un muretto e gli ha detto: “Quel muretto è quello in cui la mia generazione è cresciuta, dove la mia compagnia e il mio gruppo sono cresciuti. Quello per me è il luogo più bello di Roma. La generazione dei ragazzi dagli anni ’80 in poi non ha più la piazza come luogo di vita. Matteo Poggi è l’autore di un libro sul cinema universale che ha dato vita a un film, per il quale la Provincia ha collaborato e contribuito anche economicamente, che è stato presentato come anteprima al Festival dei popoli mercoledì scorso. Il cinema universale era il luogo della compagnia di piazza Pier Vettori, ma era il luogo della compagnia di via Pisana, era il luogo in cui si poteva andare e condividere. “Cosa vuoi dire Matteo? Che si deve tornare al sistema che si stava meglio quando si stava peggio? Proprio te che tutte le volte ci parli del tema del futuro?”. Voglio dire che le piazze devono tornare a vivere, devono tornare a essere luoghi di incontro e noi riusciremo a vincere il tema “sicurezza in sicurezza” semplicemente aggrappandoci a un regolamento ma provando a far vivere il senso della comunità e del Noi. Posso dirla pesante? Anche la notte. Soprattutto la notte.
Un piano luci per illuminare in modo nuovo Firenze. A Firenze bisogna portare le luci per le strade, illuminare in modo diverso i monumenti, offrire raggi di luce che ne accrescano la bellezza e che siano la testimonianza che questa bellezza esiste. Non so se salverà il mondo, come scriveva un grande, ma sicuramente salverà Firenze. E tutti noi possiamo chiedere e aspettare che queste luci siano in qualche modo uno dei primi atti amministrativi del nuovo sindaco. Amici se ci candidiamo, se mi candido, è per portare novità a Firenze. Non è per fare un dibattito sul passato, continuità o discontinuità, non è questo il punto. Non è questo l’argomento fondamentale. L’argomento fondamentale è che abbiamo bisogno di dire che questa nostra straordinaria terra ha bisogno di guardare al futuro. Sono già nati i fiorentini che vivranno il XXII secolo. Sono già tra noi i fiorentini che attraversando a piedi il XXI secolo e vedranno il 2100, sono i nostri figli. Il nostro compito non è continuare a discutere sul dibattito degli ultimi 30 anni, ma è quello di offrire loro un futuro di speranza.

Qualcuno mi ha detto, un politico di cui non dirò il nome neanche sotto tortura, quando ho annunciato la candidatura, mi ha detto una frase emblematica: “Matteo, rispetta la fila!”. Dà l’idea di una selezione della classe dirigente simile alla selezione che si fa alla Coop quando si prende il numero per fare la fila dal macellaio. “Ora serviamo il numero 17! Quanti anni hai, Che tappe hai fatto? Cosa hai fatto in questo periodo? Ora tocca a te”. Bene. Non è questo il punto. Io rispetto i miei amici e i miei competitori. Rispetto Graziano, rispetto Daniela, rispetto Lapo. Sono buono amico di tutti loro, perché ne conosco e rispetto la storia personale e la volontà di fare una politica vera. Rispetto la passione genuina di Graziano, la tenacia solida di Daniela, la preparazione colta di Lapo. Se perderò le elezioni, prima di tornare a lavorare, darò loro una mano. Non perché me lo impone l’articolo 7 comma 2 del Regolamento del partito, ma perché io credo alle regole dello stare insieme. Ci sono affezionato, sono cresciuto con le regole dello stare insieme. Ma se mi sono candidato, è bene dirlo, contro un mio personale interesse, contro però una naturale esigenza del quieto vivere, che tutti voi penso e spero riconosciate, è perché non credo nella loro capacità di rappresentare il cambiamento di cui Firenze ha bisogno. Non credo, che aldilà di discorsi in campagna elettorale, i fatti testimonino a loro favore. Graziano stava in giunta provinciale quando io avevo 3 mesi, era nel Palazzo Medici dove ci sono ora io. Frequentavo la quarta elementare al momento della prima elezione di Daniela e Lapo in quartiere e in Comune. Tutti e tre hanno attraversato come minimo gli ultimi 25 anni avendo sempre un incarico: o amministrativo o politico. Non so se abbiano fatto bene o male. Io penso che abbiano fatto bene.  Ma hanno già avuto la loro chance di cambiare le cose e non lo hanno fatto. Amici questo è il tempo di una nuova generazione. Questo è il tempo di un salto anagrafico. È il tempo di un salto di idee. È il tempo di un salto di qualità. È il tempo di un salto di entusiasmo. È il tempo di portare entusiasmo nuovo in Palazzo Vecchio. È il tempo di chiedere a noi stessi ciò che non abbiamo ricevuto da altri. Una Firenze contemporanea. Una Firenze che è affezionata alla propria tradizione perché la tradizione a Firenze è tutto. È l’elemento con cui paragonarsi per guardare al futuro. Una Firenze che immagina come saranno i propri figli e i figli dei propri figli. Non come sarà stato bello raccontarci del dibattito degli ultimi 30 anni. Per questo noi ci giochiamo tutto. Per questo accettiamo il rischio. L’idea che tornare al lavoro privato, qualora le cose vadano male, non significa per niente abbandonare la politica. La politica è una passione innata. È la volontà di cambiare le cose. È l’idea di servire la propria gente. Ma un grande obiettivo, un grande rischio, un grande traguardo deve consentire di mettersi in gioco in prima persona e con tutta la propria persona. Non può essere una tappa di un curriculum.

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