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In nome della democrazia

novembre 27, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

La fregatura della politica è che chiacchiera troppo e decide poco. Una volta che si prende una decisione, poi, e che finalmente la parola è definitiva qualcuno propone di rimetterla in discussione. Ma per gli amanti dell’indecisione voglio dire con chiarezza che il tempo è scaduto. Sono 15 anni che facciamo referendum sugli impianti di termovalorizzazione: si chiamano elezioni amministrative. Da 15 anni siamo in prima fila a dire “Risolveremo il problema dei rifiuti”. E da 15 anni, poi, non si stringe. Non si quaglia. Oggi non possiamo più permetterci ulteriori ritardi: siamo già in piena emergenza e chi oggi propone una sperimentazione, una pausa di riflessione, un tavolo di discussione nei fatti propone di avvicinarci al modello napoletano (monnezza in mezzo alla strada) o a quello tedesco (camion mandati in Germania per smaltire rifiuti, bollette alle stelle, credibilità politica alle stalle).
Il referendum organizzato dal comitato di Campi Bisenzio è un dato sociologicamente interessante, ma non ci riguarda. Non ci interessa proprio. L’impianto contestato sorge nel comune di Sesto Fiorentino e ha avuto tutti i via libera sanitari, politici, tecnici, amministrativi. È passato dal vaglio di più amministratori e comunque votino gli amici del comitato di Campi non si torna indietro. Il tempo delle chiacchiere è finito. Faccio una previsione: andranno a votare in diecimila (Campi ha quarantamila abitanti circa) e dirà no almeno il 70%. A quel punto settemila campigiani impauriti proveranno a bloccare un milione di cittadini, in nome della democrazia. Sarà proprio in nome della democrazia che comunque costruiremo un termovalorizzatore a Case Passerini.

La morte di Daniele Paladini

novembre 27, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Quando muore un babbo di 35 anni, con una bimba di sei anni, il mio primo pensiero va alla moglie e alla figlia. La signora Alessandra ha detto alla piccola che il babbo è andato a cercare quel cagnolino che le mancava tanto. Ha usato parole dolci e commuoventi, quella mamma. Non le ha detto la verità. Non le ha detto che quel babbo che parlava via internet alla sua famiglia e che voleva rientrare per Natale è morto compiendo un gesto eroico. Si è buttato addosso ad un kamikaze, evitando che quell’uomo potesse uccidere centinaia di persone. Quando la piccola sarà più grande, forse, la mamma troverà le parole per dirle che quella mattina, in una terra lontana chiamata Afghanistan, il sacrificio del suo papà ha salvato centinaia di vite. E troverà anche le parole per dire che con il suo papà sono morti comunque dei bambini. Bambini afghani uccisi dalla cieca violenza talebana. Dall’odio, dal furore ideologico, dall’estremismo barbaro e killer.
Non so cosa potrà capire quella bambina.
Mi sento di dire, proprio adesso che qualcuno rimette in discussione la missione di pace in Afghanistan, che io sto comunque dalla parte dei nostri militari. Dalla parte dei volontari che lavorano per ridare libertà, pace, speranza, futuro a una terra che da anni conosce solo guerra. Mi viene da pensare quando sento qualcuno che dice: andiamo via, basta, torniamo a casa. E perché? Per lasciare che i talebani tornino impuniti a sgozzare gente e uccidere bambini? Perché gli afghani non hanno il diritto di vivere in pace a casa loro e la comunità internazionale – anziché preoccuparsi di risolvere il problema – ha il dovere di lavarsene le mani? Chi lo ha deciso? È questo il modo moderno di essere di sinistra? Essere di sinistra significa lasciare donne e uomini nei loro guai?
Io credo che la sinistra sia lottare per la pace, la libertà, la democrazia. E non solo a casa nostra. Essere cittadini del mondo per me significa assumersi rischi e responsabilità anche fuori dalle frontiere di casa propria, nella convinzione che ci sono dei valori naturali nella vita di un uomo che vanno difesi a prescindere.
Non vivo su Marte. So che la missione è nata dall’11 settembre e che tanti tra i nostri amici non vedono di buon occhio la prosecuzione di un’esperienza iniziata con Berlusconi. Ma secondo me lottare per la libertà e la democrazia è un valore sempre. A Fucecchio come a Locri; a Firenze come all’Avana.
Credo nella sinistra dei Kennedy e di Kouchner. Credo nella sinistra che si preoccupa di affermare una cittadinanza universale e non quella che dice: “Lasciamo che si autodeterminino”. No, non credo a un diritto allo sgozzamento. Sono per intervenire. Per evitare che si ripetano i fucili di Sarajevo, i machete del Rwanda, i coltelli dei tagliagole talebani.
Quando un paese grande, civile, moderno come l’Italia manda delle persone in queste zone del mondo avverto un senso di orgoglio e di gratitudine. Penso che siamo un Paese con un grande futuro perché avvertiamo il nostro essere responsabili dei destini di altri popoli, di altre donne e uomini. Questo brano di Antoine de Saint-Exupéry mi sembra uno dei brani più belli e più significativi che possano essere citati: “Essere uomo significa appunto essere responsabile. Significa provare vergogna in presenza d’una miseria che pur non sembra dipendere da noi. Esser fieri d’una vittoria conseguita dai compagni. Sentire che, posando la propria pietra, si contribuisce a costruire il mondo..”.

Tra un Turigliatto e un Di Gregorio, ma la fiducia non è un optional…

novembre 26, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Se avessi scritto che rischiavamo di tornare alle crisi al buio, alle consultazioni al Quirinale con decine e decine di partiti, al rito stanco e noioso del totogoverno, qualcuno mi avrebbe fatto ricoverare. Tale e tanta era la certezza che avremmo superato anche il passaggio della mozione parlamentare sulla politica estera che il monito di D’Alema “Se si perde tutti a casa” sembrava una minaccia impraticabile. Ed invece, sorpresa. Pessima sorpresa.
Quelli che anche questa volta avevano capito tutto (lo dicono dopo naturalmente, ma lo capiscono prima) hanno detto che loro se lo aspettavano.
Io, che rimango di fondo un ragazzino di campagna, mi ero quasi mentalmente abituato all’idea che fosse esigue ma sufficiente questa maggioranza sospesa al Senato sul filo dei voti, come gli elefanti che nelle canzoncine da bambini si dondolavano sopra il filo di una ragnatela. Solo che a forza di ritenere la cosa interessante anziché chiamare un altro elefante abbiamo fatto la frittata. Mi verrebbe voglia di dire “hanno fatto” perché le responsabilità vanno chiarite senza fare di tutta l’erba un fascio e condivido le parole di sdegno che molti hanno indirizzato ai senatori duri e puri della sinistra estrema. Quelli che sono felici solo quando non si accontentano, cioè stanno in minoranza. Quelli che rischiano seriamente di consegnarci all’opposizione per i prossimi 20 anni… e magari ci godono anche, perché- affermano gli specialisti – le pratiche sadomaso sono considerate in crescita.
Pare che le cose vadano sistemandosi, anche se la domanda “Sì ripartiamo, ma per quanto resisteremo?” è quella più ricorrente nel popolo del centrosinistra.
Mi limito a tre brevissime considerazioni:
a) Abbiamo fatto una terribile figuruccia non solo a casa nostra. I giornali di tutto il mondo si dividono in commenti tra l’ironico e il preoccupato. Qualche inguaribile ottimista, tuttavia, si ostina a considerarla salutare e va bene così. Quello che non va bene è la comprovata incapacità del centrosinistra di comunicare anche quando… ha ragione. Se abbiamo perso quella votazione lo dobbiamo alle scelte genialoidi di due estremisti di sinistra, ma anche al fatto che senatori eletti nelle file dell’Unione (vedi alla voce Di Gregorio) hanno votato con la Casa delle libertà. E minacciano oggi di non votare la fiducia. Dunque: siamo andati sotto perché qualcuno dei nostri è passato dall’altra parte. Perchè tutti i giornali sono pieni del passaggio in maggioranza di Follini e nessuno parla di chi va col centrodestra? O vogliamo dire che ciò che è “vile tradimento” in Follini diviene “eroica abnegazione” in Di Gregorio?
Ancora: se abbiamo fallito il raggiungimento del quorum lo dobbiamo al fatto che i senatori a vita si sono schierati in modo diversificato. Cossiga contro; Andreotti & Pininfarina astenuti (che al Senato – più o meno – significa la stessa cosa); Colombo e la Levi Montalcini – che Dio ce la conservi! – con noi. Ora: come mai quando i senatori a vita votano con noi sono protagonisti di uno scandalo etico senza precedenti e quando sono determinanti per far cadere il Governo divengono a tutti gli effetti normali rappresentanti del Popolo italiano? Miracolo della bacchetta magica di Maga Magò o amara constatazione del fatto che quando si tratta di comunicare, Berlusconi o non Berlusconi, il centrodestra ci dà ancora le pappe? Ai lettori delle enews l’ardua sentenza…
b) Il commento di un iscritto al PdCI in un’email a Diliberto, che leggevo stamattina su un quotidiano nazionale, mi sembra calzante anche se probabilmente non figlio di una cultura oxfordiana: “Oliviero, la colpa è vostra. Ma chi c…o avete mandato in Parlamento?” Attenzione, perché per me questo è uno snodo fondamentale, al di là del tecnicismo giuridico facilmente evincibile dalla frase appena riportata, opportunamente sostituito dai puntini. E non riguarda naturalmente il solo PDCI. Se ci fosse stata una legge elettorale seria, sarebbe stato anche comprensibile riconoscere ai parlamentari eletti quella libertà di mandato sancita peraltro anche a livello costituzionale. Ma con questa legge elettorale la gente non viene eletta: basta farsi mettere in lista e si è nominati. E in lista ti ci mettono i partiti, non la vittoria a un concorso a premi. E allora: chi guida i partiti – quando sbaglia candidature – faccia lo sforzo per riconoscere il proprio errore. E’ gente eletta solo a parole, in realtà nominata. Perché non applichiamo, come nel calcio, la responsabilità oggettiva anche ai partiti e ai loro leaders?
c) Al di là della vicenda Turigliatto e dintorni, di cui probabilmente tra un mese nessuno si ricorderà più; al di là delle colpe del sistema politico e della responsabilità oggettiva delle leadership nelle selezioni delle classi dirigenti; al di là di tutto, abbiamo un problema serio, signori. Il Governo Prodi potrà anche ripartire ma io ricevo email in quantità industriale di persone che stanno, o starebbero, con noi, ma hanno superato il limite della pazienza. Non è nelle mie corde il tono del demagogo che urla “La gente non ne può più”, però vorrei farvi leggere certe email per riflettervi sopra insieme. Possiamo permetterci molto – anche le crisi di governo, a quanto pare – ma non possiamo permetterci più di giocare con la fiducia delle persone. Corriamo infatti un rischio più pericoloso persino della caduta del governo: la cadute delle braccia di chi ci ha sempre creduto. No, non ce lo possiamo permettere…

Il fischio educativo e lo yankee

novembre 22, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Non sempre capisco le riflessioni di Tommaso Padoa Schioppa. Per essere più esplicito, non mi succede quasi mai. Di questi tempi, poi… Dunque in una cerimonia pubblica di conferimento di una laurea honoris causa a Milano, Romano Prodi è stato fischiato. E fin qui niente di male: è un uomo politico, ci sta che venga fischiato. Sono i rischi o meglio i fischi del mestiere. Nel commentare qualcuno dei prodiani si è offeso, accusando la destra; qualcuno del centrodestra ha detto che un fischio è esercizio democratico; qualcuno è stato zitto e ha pensato a lavorare. Tommaso Padoa Schioppa – che invece la contestazione se l’era presa il giorno prima a Torino, in un ideale par condicio col premier di cui uno farebbe volentieri anche a meno – ha detto che i fischi possono essere “educativi”. Non so se abbiamo col Ministro Padoa Schioppa le stesse idee in ordine al concetto di economia. Sicuramente le abbiamo diverse sul concetto di educazione. Quei ragazzi che hanno fischiato il presidente del Consiglio non mi preoccupano perché fischiano. Mi preoccupano perché ospitano tra loro gente che fa il saluto fascista. Non so per chi possa essere educativo un fischio a Romano. Penso che non ci sia cosa meno educativa di un saluto romano, simbolo di ignoranza, gesto stupido e pericoloso. In Gran Bretagna, quando hanno saputo che la prima ballerina dell’Opera di Londra aveva espresso idee neo fasciste, l’hanno licenziata a prescindere dalla sua bravura. Hanno ritenuto inconciliabile le sue idee con quelle della civiltà inglese. Da noi un fischio è educativo, anche se ha il saluto romano allegato. Permettetemi: mi preoccupa una coalizione che non spiega al Paese la logica di una finanziaria. Ma mi preoccupa molto di più, anzi mi terrorizza, proprio un Paese che ignora le proprie radici. Perché la coalizione che sbaglia corre il rischio di perdere le elezioni. Il Paese corre il rischio di perdere se stesso. Quando un Governo si prende un fischio non mi preoccupa. Quando ritrovo la scritta “Yankee go home” invece sì. Non conosco nel dettaglio la questione dell’ampliamento della base di Vicenza. Magari è stato fatto un pasticcio, non lo so. Magari era meglio fare la base da un’altra parte, non lo so. Ho letto però il dibattito che si è scatenato. E se l’ampliamento o meno della base diviene un referendum sull’antiamericanismo, io sto con gli americani a prescindere. Nonostante Bush, nonostante Cheney, nonostante gli hamburger e i telefilm insulsi. Perché penso che se nel 2007 qualcuno torna alle scritte “Yankee go home” significa che siamo veramente alla frutta. Non solo perché recupera slogan vecchi, triti e ritriti. Ma soprattutto perché se gli yankees fossero tornati a casa sessant’ani fa, a quest’ora saremmo la terza generazione del Terzo Reich. Troppi, tra noi, fingono di scordarselo. Non fosse stato (anche) per tanti yankees oggi parleremmo il tedesco molto meglio, forse, ma avremmo diversi problemucci in più. Quando vedo uno striscione con scritto “Yankee go home”, mi viene tanta voglia di prendere il ragazzo che lo sorregge e chiedergli se gli è mai capitato di dare un esame di storia…

Un giudice e l’Alzheimer

novembre 20, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Vorrei citare la storia di Sandra O’ Connor. La sua immagine è nota a chi è appassionato di storia della Corte Costituzionale americana (persone non del tutto sane, mi rendo conto: io sono tra questi perché l’idea che 9 giudici possano con una loro decisione avere un potere nella sostanza più forte di quello legislativo continua a non sfagiolarmi più di tanto…). E’ quella signora coi capelloni bianchi che compariva in tutte le foto rituali della Corte. Dico compariva perché dalla Corte si è dimessa. Il marito, infatti, si era ammalato di Alzheimer. E lei aveva deciso che la carriera venisse dopo la famiglia. Bel gesto. Si è dunque ritirata e si è messa a seguire il consorte in questa drammatica e conclusiva esperienza. Solo che – i medici dicono che succede – il marito sempre più a corto di memoria, ha iniziato a “flirtare”, se così si può dire di due quasi ottuagenari che l’Alzheimer ha condotto quasi alla fine della corsa, con una sua “collega di malattia”. La O’Connor e i suoi figli hanno detto “Basta sia felice” e continuano ad accudirlo. L’umanità toccante e inquietante che esce da questa storia mi ha fatto riflettere. “Ha senso invecchiare” ha detto Nancy Reagan, moglie dell’ex Presidente USA, morto per Alzheimer “se puoi condividere i ricordi”. Oggi, sempre di più, l’allungamento della vita media comporta un aumento crescente di malattie legate alla demenza senile. Credo che la politica dovrebbe occuparsi un po’ più di queste situazioni e un po’ meno della dimensione bipolare dell’emisfero occidentale nella dinamica culturale di un rinnovamento istituzionale. Che sono slogan che fanno rima. Ma fanno anche cadere le braccia quando pensi che la vita vera scorre da un’altra parte…

Hina

novembre 20, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Parlo nuovaente di Hina, la ragazza bresciana pachistana uccisa dalla propria famiglia. Hanno condannato il padre e gli zii a 30 anni di galera, aderendo alla richiesta dell’accusa di cui avevamo parlato in una delle ultime Enews. Volevo condividere con voi questa notizia, come prima notizia. Lo so che i nostri media sono più interessati alla nuova donna di Gianfranco Fini. Ma in questa settimana abbiamo letto di una ragazza iraniana morta in circostanze poco chiare in una prigione dove era stata rinchiusa perché sorpresa in compagnia del proprio fidanzato. Abbiamo letto della ragazza di Qatif in Arabia Saudita che si deve prendere 200 frustate perché col suo fidanzato stava parlando in un luogo proibito. Abbiamo letto tanti piccoli trafiletti di questa terra in questo modo e il nostro dibattito sulla laicità e sulle pari opportunità continua a svolgersi con il vecchio, insopportabile, sapore di stanca ideologia. Volevo che l’Enews 205 partisse da Hina. Dal suo ricordo. E da una sentenza che spero non sia messa in discussione: un padre che ammazza la figlia perché vuole vivere in modo diverso fa orrore, non “esprime la sua cultura” come allora disse un sociologo da quattro soldi. E se esprime la sua cultura, gentilmente, mettiamolo in condizione di esprimerla in un’accogliente cella dove non faccia male a nessuno e da dove, cortesemente, esca il più tardi possibile.
(Enews 205, martedì 20 novembre 2007)

Non insegnate ai bambini le vostre illusioni…

novembre 13, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Sarebbe logico parlare di calcio. O meglio sarebbe logico fermare il calcio. Ma forse è solo stanca retorica. Che oggi c’è e tra un anno già si cambia. Basta aspettare il prossimo morto. La dico in breve. Mi fa male che un ragazzo muoia in quel modo. Penso alla sua famiglia, ai suoi sogni spezzati. Al suo blog fermo. Al dolore di chi oggi piange un fratello o un figlio. Rispetto la loro rabbia. Mi stupirei del contrario.
Non rispetto la rabbia del tifo organizzato. Non sopporto il tifo organizzato che organizza la rivolta e mette a soqquadro le città.
Continuo a giudicare profetiche le parole di Pier Paolo Pasolini, che tra l’agente e il giovane rivoluzionario per moda, stava con l’agente.
Se le cose sono andate come sembra, ovviamente, dovrà pagare il trentunenne agente di polizia che ha sparato e ha rovinato due vite. Penso a lui, a sua moglie, ai due piccoli. Penso a come un istante ti frega per sempre.
Ma io, che amo il calcio a dismisura, ho il voltastomaco quando in nome del calcio si organizzano sommosse, si picchiano avversari, si danneggiano gli autogrill. Non accetto di sentire gli slogan 10, 100, 1000 Raciti come mi faceva male ascoltare i cortei con 10, 100, 1000 Nassirya. Non è più un problema solo di ordine pubblico (per il quale, peraltro, mi fido delle forze dell’ordine. Se hanno deciso di far giocare perché in caso contrario succedeva un gran casino avranno avuto i loro bravi motivi. Ci vuole rispetto per chi lavora in questo settore)
Non è più un problema di ordine pubblico: esiste un problema educativo enorme in questo Paese. Un problema generazionale. Non il problema del ricambio generazionale, che riguarda noi, addetti ai lavori, giovani in attesa di occupare qualche poltrona più importante senza capire che se non cambiamo rotta non restano neanche i braccioli alle poltrone cui miriamo. No, qui c’è proprio un problema di gioventù.
Non sarà, come diceva uno bravo nelle riflessioni, che il troppo avere ci ha fatto dimenticare il nostro essere?
A Fucecchio ho inaugurato il Monumento ai caduti di Nassirya. C’erano bambini di quinta elementare e di terza media. Ho detto loro che chi porta una uniforme, non divide. Unisce. È il segno di un’appartenenza. Vuole bene agli altri. Si preoccupa degli altri. Non fatevi fregare, bambini. Dite grazie a chi veste una divisa. Che può sbagliare. E se sbaglia deve pagare. Come deve pagare un medico, un politico, un magistrato, un funzionario pubblico, un co.co.co. È il grande principio della responsabilità, meraviglioso contraltare della parola più bella del mondo: libertà. Bambini, avrei voluto dir loro e ho dovuto dire con più sobrietà, non fatevi fregare il futuro.
C’è solo una cosa, infatti, che mi fa essere pessimista sul domani: quando ai bambini inoculiamo il germe dell’ideologia e del nichilismo. Cantava in una delle ultime canzoni lo straordinario Giorgio Gaber: “Non insegnate ai bambini le vostre illusioni, non gli riempite il futuro di vecchi ideali. Non esaltate il talento che è sempre più spento, non li avviate al bel canto, al teatro, alla danza, ma se propri volete raccontategli il sogno di un’antica speranza”. Ascoltate le parole di questa parole…

Il nostro problema è la coalizione, non la tv

novembre 13, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Terza cosa non convenzionale. A proposito di televisione. Va di gran moda, di questi tempi, parlar male dei politici che vanno in televisione. Prodi se la prende con la “democrazia televisiva”; Veltroni dice che non si deve andare a “Porta a Porta”; molti democratici dicono che la TV rappresenta l’imbarbarimento della politica. Sono in linea teorica d’accordo con tutti. Anche se…
Anche se mi piacerebbe aprire una discussione con Prodi sul fatto che ormai la tv non è quella che immagina lui. Che i canali di comunicazione sono profondamente cambiati negli ultimi 5 anni, e dopo l’ultima missione nella Silicon Valley sono sempre più convinto che nei prossimi 5 le cose cambieranno ancora e con maggiore intensità. Mi piacerebbe dire a Veltroni che il problema non è se si va a Porta a Porta o no, ma cosa si dice. La TV non è il bene o il male, a prescindere avrebbe detto Totò. La TV è un mezzo. E il problema è se abbiamo qualcosa da dire agli italiani o se vogliamo solo mostrare Mastella e Di Pietro che litigano o Pecoraro Scanio che propina qualcuna delle sue stralunate intuizioni. Se anziché contestare la tv come causa dell’imbarbarimento politico, si provasse a utilizzarla come utile strumento di comunicazione con la gente, con gli umori profondi delle persone, beh, forse sarebbe più semplice. Ci sono tanti politici che oggi si scoprono a sorpresa professionisti del candore ma che hanno costruito una carriera politica ultradecennale basandosi sulla comunicazione e che oggi teorizzano la TV come madre di tutti i mali della politica. Ebbene, giusto per rimanere nel non convenzionale, io la dico tutta: vedere in TV due ministri che litigano è insopportabile. Ma l’idea radical-chic che noi rinunciamo alla comunicazione di massa perché non sappiamo come usarla ricorda molto la storia di quel signore che per far dispetto alla moglie… Per carità: evitiamo le risse tv e i programmi di serie B. Ma perché non proviamo ad andare in tv a spiegare agli italiani cosa pensiamo per il loro futuro? Potremmo persino correre il rischio di stupirci di noi stessi…
Se in televisione diamo l’impressione di essere litigiosi e inconcludenti, forse la colpa non è della tv. Ma del piccolo particolare che noi litighiamo spesso. E concludiamo poco. Si chiama coalizione, non tv il nostro problema.

Ritorno in California

novembre 6, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Scrivo di nuovo da San José, California, la capitale della Silicon Valley e della Contea di Santa Clara. In realtà il nostro viaggio è iniziato dalla vera capitale degli States, Washington DC, dove abbiamo fatto alcuni incontri molto significativi per le nostre attività promozionali del 2008. Accanto alla parte istituzionale, ho visitato un paio di think tank tra cui l’American Enterprise of Institute sede dei Neocon Americani, con Michael Ledeen e Richard Pearle su tutti. A cena con loro abbiamo incontrato il Ministro della Difesa Robert Gates e l’ex presidente della Banca Mondiale Paul Wolfowitz. Politicamente parlando, una missione molto corposa, dunque.
Ma la cosa che più mi ha colpito, credetemi, è stato assistere a un evento di giovani soldati, mutilati e invalidi di guerra. Ragazzi, e anche qualche ragazza, privi di gambe, di braccia, feriti in profondità dalla tragedia della guerra, in Iraq o in Afghanistan. Con loro alcune madri di soldati morti, vestite di nero, e in me la sensazione amara e struggente di una gioventù perduta non nei derby lessicali tra bamboccioni e matusa, ma nella vita vera. Altro che convegni sul ricambio generazionale. Sbaglieremmo, però, noi europei se liquidassimo la fedeltà di questi ragazzi alle proprie idee e al proprio Paese come fanatismo. Davanti al dolore di vite spezzate o piegate nessuno, io credo, può permettersi analisi superficiali.
Nelle 22 ore trascorse a Boston due sono state le filiere di riflessione. La prima quella legata al MIT, dove operano due gruppi di ricerca sotto la supervisione di giovani prof. italiani con la Provincia di Firenze. Il primo, guidato da Carlo Ratti (il cui nome é comparso anche sul Time, citato come autore di una delle 100 invenzioni che cambieranno il mondo) sta lavorando a un rivoluzionario progetto sul turismo, coordinato da Filippo Dal Fiore. Il secondo, con Federico Casalegno, su moda e design. Mi fa piacere che la nostra amministrazione stia valorizzando il lavoro di giovani talenti all’estero. Sui cervelli in fuga, così come vengono definiti questi ragazzi, non possiamo limitarci a fare discorsi. Occorre fare politica, cioè concorrere a trovare soluzioni concrete.
Seconda filiera di riflessione: la visita al Museo della Scienza di Boston forse il numero uno al mondo per qualità e interattività.
Non vi dirò che ho trovato il tempo di andare a vedere il memorial John Kennedy (dove, non mi nascondo, mi sono proprio emozionato), ottima occasione per vivere l’epopea kennedyana almeno per mezz’ora. E per chi come me è cresciuto col mito di questa straordinaria famiglia, è stato carico di emozione anche prendere la Messa nella cattedrale cattolica di Boston.
Dopo la navigata transoceanica abbiamo raggiunto la California. La tappa a San Diego, dove i nostri amici della locale università sono al lavoro sulla Battaglia d’Anghiari, sotto la guida di Maurizio Seracini, è saltata dopo le drammatiche notizie del grande incendio. Proprio in questi giorni, peraltro, le tv americane davano la notizia del ritorno a casa anche degli ultimi sfollati. Inizia il lungo e faticoso cammino di rilancio…
Gli incontri di oggi all’Università di Stanford sono stati importanti e ricchi di stimoli. Ora, è ovvio che Stanford (con la quale stiamo lavorando a un progetto intrigante di Summer school sul cinema) è difficilmente raggiungibile come modello. Ma certo dobbiamo evitare che le nostre università si trasformino ogni giorno di più secondo un modello, per me concettualmente sbagliato, in cui si decentra, si decentra, si decentra e si moltiplicano le cattedre sul territorio. Ma non si offre ai ragazzi un’opportunità vera per vivere il proprio talento in libertà…
Spero di darvi ottime notizie in merito alle partnership con Google ed Apple che qui, come ricorderete, hanno la sede, e con le quali ci siamo impegnati a lavorare per esprimere un progetto di innovazione che ci consenta di crescere nel settore dell’innovazione. A Portland parleremo di ambiente, energia, sostenibilità, fashion (visitando tra l’altro la sede della Nike) ed andremo a San Josè per incontrare anche Cisco, oltre alla delegazione della Contea.
Insomma si frulla come trottole. Altro che turismo istituzionale… per tornare al pezzo, a casa, più motivati che mai.

Car sharing

novembre 6, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Prima di partire, abbiamo presentato un’idea che trovo molto suggestiva sul car sharing. In soldoni. Riduciamo il numero delle macchine della Provincia (circa una settantina in meno). Ne compriamo una quindicina col car sharing, cioè con l’operazione che consente di condividere le auto. E nell’orario di lavoro i nostri funzionari possono prenotare una macchina del car sharing (Nuova 500 o Panda). Nel pomeriggio tali vetture rimangono a disposizione dei cittadini abbonati al car sharing che possono usufruirne addirittura con lo sconto. L’uovo di colombo: la pubblica amministrazione risparmia. I cittadini anche. Il numero di mezzi sulle strade diminuisce. Che volere di più dalla vita?

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