Convention con i dipendenti
settembre 25, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Oggi ho incontrato le donne e gli uomini che lavorano con me in Provincia. Un’iniziativa originale per un Presidente di Provincia, interessante e utile. Oltre seicento persone che hanno posto i loro problemi e che hanno affrontato le questioni principali del lavoro. Ho insistito perché potessimo avere un incontro diretto così da discutere insieme, senza rete, delle tante sfide che attendono un ente come il nostro che negli ultimi anni ha decisamente cambiato marcia. Vorrei infatti – al di là di tanti discorsi e frasi fatte – essere giudicato, ed eventualmente contestato, come amministratore e non come venditore di fumo. Stiamo attraversando una fase delicata, in cui è fondamentale – anche per ridare forza e valore all’impegno politico – mostrarsi capaci di fare le cose. Fare con entusiasmo e passione. Sono consapevole del fatto che non nasciamo oggi e che molte cose, specie in Palazzo Medici, sono state fatte: quello che abbiamo realizzato secondo me è ad oggi molto significativo. Ma il più bello dei mari è quello che non navigammo e allora la rotta deve essere di nuovo tracciata. L’incontro coi dipendenti è servito esattamente a questo, coinvolgendosi reciprocamente. Sinceramente, se lavorassi in Provincia o in una qualsiasi azienda privata o ente pubblico, mi piacerebbe essere convocato dal Presidente per discutere insieme dei problemi. Appena eletto, tre anni fa, scrissi una mail a tutti chiedendo loro di mettersi in gioco. Proposi di non dare per scontato nulla e chiesi di non usare mai le parole “S’è sempre fatto così”. Proponevo insomma, una innovazione di metodo e di merito. Il giorno dopo, in una bacheca del personale, qualcuno attaccò l’email scrivendo ironicamente: “Si è sempre fatto così e si seguiterà a far così”. Capite, allora, che per me è una sfida. Al di là delle solite polemiche di opposizioni, che non sanno di cosa parlare (mai) e di un atteggiamento sindacale a mio avviso eccessivamente carico di pregiudizio, mi pare che le cose siano andate bene. Immagino che avrò ulteriori problemi con chi si lamenta delle “renzate”. E tuttavia credo che la regola numero uno per chi vuole fare la rivoluzione in un ente sia quella di avere il personale entusiasta e convinto. Io ci credo. E ci provo….
Tre modelli di persone
settembre 19, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Abbiamo ricordato insieme, volutamente insieme, i tre giornalisti fiorentini che hanno segnato più di altri la storia del ‘900 italiano: Oriana Fallaci, Indro Montanelli, Tiziano Terzani. Lo abbiamo fatto insieme, nel Salone Luca Giordano in Provincia, insieme alle loro famiglie.
Difficile immaginare tre caratteri, storie, esperienze, sensibilità più disparate. Ma in una terra che laurea migliaia di studenti in Scienza della Comunicazione ho pensato giusto offrire uno straordinario esempio di rara bellezza e un modello di passione e tenacia fiorentina che la Fallaci, Montanelli e Terzani hanno sempre mostrato. Posso essere sincero? E’ stato commovente!
Riscoprire l’entusiasmo
settembre 18, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
A Santarcangelo Ermete Realacci ha riunito le truppe della Margherita per l’ultimo seminario da lui organizzato. Tra venti giorni la Margherita tornerà ad essere quello che è stato in passato: una pizza, niente di più (anche parte del dibattito di questi ultimi mesi peraltro si è pericolosamente avvicinato a una pizza, ma in un altro senso).
Piccola scena di nostalgia: Vallombrosa, Impruneta, Fiesole sono stati i teatri degli incontri margheritini in questi anni. Abbiamo discusso, ci siamo affrontati, abbiamo proposto delle soluzioni. Dal soft-power di Vallombrosa al patriottismo dolce di Fiesole queste sedi sono state l’occasione per discutere di Politica con la p maiuscola. Niente di più, niente di meno. Dovremo non dimenticarcene nel partito che faremo.
Il titolo di quest’anno era molto cinematografico: Cercasi Italia disperatamente. Uno degli aspetti che più mi ha positivamente colpito è stato il tentativo di ragionare dell’Italia che verrà. Non solo dell’Italia che già c’é. In questi primi giorni di primarie si è molto discusso del passato, sia per quello che riguarda le singole appartenenze, sia per il dibattito sugli anni ‘80 che ha visto un duello culturale tra Enrico Letta e Rosy Bindi. Ma quello che è davvero importante oggi è capire come sarà l’Italia del futuro. Nella quale entrare con tutto il peso specifico delle proprie appartenenze (nessuno può contestarle, ovviamente) ma lanciandosi nel domani, che è il luogo della politica. Non a caso la discussione interna alla Margherita non è mai stata se fosse giusto o meno entrare come “popolari” nel Partito Democratico. Ma se aveva una logica caratterizzarsi come “ex-popolari”. La logica dell’ex è sempre devastante…
Aperto da Chiamparino e Soro, poi da Gentiloni, il convegno ha visto la presenza di un sacco di bella gente e un dibattito di particolare rilievo. Si è chiuso con Francesco Rutelli che ha rivendicato con orgoglio la storia della Margherita, sottolineando al contempo la necessità di fare (bene) una cosa totalmente nuova. Hanno preso la parola davvero in tanti, compresi il Presidente del Senato Franco Marini e il candidato leader del PD Walter Veltroni. Tra le tante cose che il sindaco di Roma ha detto, ne segnalo volentieri due perché rendono bene l’idea delle cose che dobbiamo (o dovremmo) fare in questo periodo. Le cito a memoria. La prima è “Non potrà mai esserci un partito in cui un ragazzo che entra nella sede di un circolo viene assalito con la domanda “Con chi stai?”
Tra i destinatari delle enews questa affermazione sarà guardato con sconcerto: “Come mai Matteo si colpisce di questo? Non è normale e naturale?”
Diciamo che sarebbe normale e naturale. Un ragazzino entrato per la prima volta in un circolo o in una sezione della Margherita in questi ultimi mesi è stato costantemente messo nel mezzo a giochi e giochini di difficile lettura se non per gli addetti ai lavori. Persone molto addette. Ma di norma poco abituate ai lavori. C’è stata un’intera generazione di giovani petali margheritini che ha scoperto il gusto dell’appartenenza non per la bellezza di fare cose insieme, ma per essere contro qualcuno. Niente di grave. Canterebbe Neffa: vedrai che cambierà. È importante però che Veltroni lo dica. Ed è altrettanto importante che ciò venga sottolineato specie legandolo alla seconda considerazione di Veltroni. Quella sulla bellezza della politica. Ha detto il candidato leader, più o meno: “Sogno un partito in cui riscopriamo insieme che la cosa più bella della politica non è chiudersi nelle nostre beghe ma ritrovare la gioia di fare fatica per andare a prendersi un consenso in più, per conquistare un consenso.”
So che sto citando i due passaggi del discorso di Veltroni più indirizzati alle donne e agli uomini della politica. Ma credo che in questo momento la vera sfida del PD sia rinunciare all’autoreferenzialità. Sia combattere la tentazione di pensare che la politica sia solo chiacchiericcio tra noi eletti e nessun messaggio agli elettori. Ha fatto bene allora Veltroni a spronarci a recuperare una sana dose di divertimento. C’è più gusto, diciamola così, nel fare politica per gli altri e con gli altri, che non nel chiudersi in palazzi e palazzacci. C’è proprio più gusto: una delle grandi sfide del PD è riscoprire questa capacità.
Per dare anche un segnale plastico di questo ho scelto di rinunciare al posto di capolista per le Primarie. Nulla di eroico, né di eccezionale. Per come sono fatte (male) le regole di questo sudoku – senza preferenze – uno che faccia il primo o il secondo passa lo stesso. E il mio gesto lo hanno fatto in tanti. Fare il numero 2 a una donna, dunque, significa dare un piccolo segnale, niente di più. Ma ci tenevo che fosse dato anche dal sottoscritto.
Martedì 11 settembre, appunto
settembre 11, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
È l’11 settembre e oggi è martedì. L’ultima volta che ciò è accaduto correva l’anno 2001 e sappiamo tutti cosa successe nei cieli degli Stati Uniti. Da allora nessuno può negare che il mondo sia profondamente cambiato, non solo nei controlli agli aeroporti. Quando si discute di sensazione di insicurezza, probabilmente, non si pensa solo ai lavavetri o alle rapine in casa. Osama si è tinto la barba – pare che vada di moda, ma fatico a immaginarmelo in una grotta pachistana a chiedere ai suoi aiutanti “Passami il colore” – e ha lanciato un’offensiva video/audio/internet notevole: incredibile come i terroristi siano molto avanti nella gestione dei vantaggi della globalizzazione. In uno degli ultimi messaggi all’umanità ha persino spiegato i vantaggi del sistema fiscale islamico (sostanzialmente non si pagano le tasse, chissà cosa ne pensa Visco). In quasi tutto il mondo sono cambiati i leader: hanno un nuovo capo il Regno Unito, la Francia, la Spagna, la Germania. Bush si prepara ad andarsene, senz’altro dalla Casa Bianca, forse anche dall’Iraq (dovendo scegliere non avrei dubbi sulla necessità di restare in Iraq, anche perché se era sbagliato andarci in quel modo non mi pare che la soluzione più intelligente sia uscirne fischiettando).
Il Presidente degli Stati Uniti ha anche confessato che spesso piange da solo sulla spalla di Dio, e detta così deve essere terribile (specie per il Principale): ovviamente lo ha anticipato nella biografia, così che l’attesa per il libro è decisamente cresciuta. Talvolta mi sembra incredibile il destino: rileggendo i resoconti della campagna elettorale del 2000 Bush era considerato uno dei candidati della storia americani meno sensibili in assoluto alla politica estera. Era lui ad aver definito i talebani un gruppo rock quando era governatore del Texas. Eppure proprio Bush sarà considerato il Presidente della guerra preventiva e della politica estera come argomento centrale. Quando si dice le circostanze.
La cosa che mi ha colpito di più per questa ricorrenza, però, non è tanto una riflessione geopolitica, ma un articolo comparso, quasi a sorpresa, sul New York Times. Un articolo in cui si mette in dubbio, per la prima volta, la necessità di continuare a ricordare i morti delle Torri Gemelle. “Forse potrò sembrare dura. Noi siamo terribilmente dispiaciuti e desolati per le persone che sono morte, ma adesso è il momento di pensare ai vivi” il leit-motiv di molti intervistati dal NYT. E nell’articolo si dà spazio alle durissime reazioni dei parenti delle vittime: “Dire che sei anni è abbastanza è incredibile”. Mi colpisce molto questa discussione, anche nella parte in cui certi professori universitari spiegano come sia un ottimo segno quando la gente non desidera un anniversario o una commemorazione. Penso che noi, dopo 62 anni, non pensiamo minimamente di mettere in moto la Liberazione. Né il 2 agosto a Bologna o il ricordo fiorentino della notte tra il 26 e il 27 maggio per la strage dei Georgofili. Forse la cultura americana è più superficiale o più pragmatica. Certo è che se si aprisse un dibattito del genere su un anniversario italiano sul Corriere della Sera o su Repubblica, succederebbe la rivoluzione.
Poi penso che stamattina ho accompagnato il mio Francesco, 6 anni, al primo giorno di scuola elementare. Compiva quattro mesi quel giorno, Francesco. Oggi va a scuola, con lo zaino della Fiorentina che pesa già troppo (ma perché deve pesare così tanto, mi domando?) e con il problema dei compagni di banco.
Anche le piccole cose ti segnalano che la vita continua e questa è un’ovvietà che vale per tutti. Tenere desto il ricordo, tuttavia, è un dovere morale, penso. Per essere più liberi e più veri con noi stessi. Vale per la terribile strage di New York. Vale per chi oggi ricorda il Cile di Salvator Allende o la marcia di Gandhi per il sathyagraha. Vale per chi ha scoperto quel martedì mattina che anche l’America era vulnerabile. Che anche il cuore della modernità doveva sentirsi insicuro.
(Enews 195 martedì 11 settembre 2007)
La Stazione delle Idee
settembre 11, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Avvio della scuola. Abbiamo presentato con Elisa Simoni i dati delle scuole per il 2007/2008: significativo aumento degli iscritti, aumento degli immigrati (albanesi, cinesi e romeni in un ipotetico podio di presenze a Firenze), scelte della Provincia. Con Stefano Giorgetti abbiamo invece evidenziato il lavoro della Provincia, molto complesso ma anche molto buono – secondo me – per consentire ai 36.202 studenti di trovare un’aula e un banco. Vista la crescita esponenziale dei ragazzi, vista la difficoltà di finanziamenti europei e statali, l’operazione non è stata semplice né indolore. Ce l’abbiamo fatta, in ogni caso. E allora ci siamo presi la briga anche di organizzare una due giorni, alla Stazione Leopolda di Firenze, dove coinvolgere i ragazzi, studenti costruttori di cittadinanza per i prossimi 27 e 28 settembre: la manifestazione si chiamerà “Stazione delle Idee”. Per invitarli ho scritto personalmente a tutti i ragazzi, come faccio ormai da 4 anni, augurando loro in bocca al lupo per il nuovo anno. E chiedendo grinta e passione per la propria attività. L’invito per quest’anno è essere persone, non avatar: non vivere cioè una seconda esistenza, parallela, lontana dal fascino e dalla contestuale difficoltà della vita di tutti i giorni.
Dove vanno i ragazzi di oggi
settembre 11, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
A proposito di giovani, sono stato al funerale di don Mario Alberto Lupori, straordinaria figura di sacerdote, fondatore della Comunità Giovanile San Michele – Cattolica Virtus. Il novantenne prete fiorentino lascia in eredità non solo le sue strutture o le sue squadre o le sue iniziative. Lascia soprattutto un’intuizione profetica di cinquant’anni fa, validata dall’esperienza di oggi: la società in corso di scristianizzazione presenta opportunità pastorali ed educative non più nei tradizionali luoghi, ma in sedi diverse come ad esempio i campi da calcio (ma non solo quelli). Credo che oggi la situazione sia ancora più complessa, ma penso alla San Michele come a un luogo capace di anticipare il futuro. E credo che sempre di più la Chiesa, forse non solo la Chiesa, dovrebbe essere nelle condizioni di andare a cercare i ragazzi laddove sono. Quello che è nato intorno a don Mario, grazie a don Mario, dovrebbe far riflettere. E contemporaneamente farci chiedere dove stanno andando i ragazzi di oggi, calcio a parte.
Il Grillo straparlante
settembre 11, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Beppe Grillo ha il blog più seguito d’Italia. È lo stesso Beppe Grillo che nello spettacolo itinerante di nove anni fa – era il 1998 – spaccava a pezzi un computer sul palco. Prima considerazione: qualcuno dovrebbe riflettere a fondo sul potere che ha Internet di collegare e unire, approfondire e riflettere. Grillo ha cambiato idea sui computer? È un segno di intelligenza. Forse non ci rendiamo conto di quanto sono importanti gli strumenti telematici per la nostra società. Nessuna email, ovvio, sostituirà il piacere di un abbraccio o la complicità di uno sguardo. Ma guai a fare i neoluddisti di periferia, saremmo tagliati fuori. Non è un caso se nel mio piccolo da 7 anni provo a mettermi in gioco tutte le settimane con qualche migliaio di persone via email. Nell’epoca di quella che De Rita chiamerebbe “società a coriandoli” Grillo ha creato una vera e propria comunità, che dialoga, discute, s’arrabbia, litiga, riparte. Non è un fatto banale in tempi di autoreferenzialità dei partiti, del sindacato, delle associazioni di categoria. Guai a sottovalutare il potere di novità della rete nell’epoca del Gabibbo e dei numeri verde.
Nel corso degli anni Grillo è stato protagonista di alcune battaglie sacrosante e di alcune cantonate incredibili. Quando parlava della Parmalat o di Telecom le risate che suscitavano erano sempre precedute da un brivido di indignazione o da un attimo di riflessione. In mezzo a queste battaglie, Grillo ha inserito con la stessa determinazione con cui si batteva contro la Parmalat argomenti non basati su solide argomentazioni (il modo ridicolo col quale si è schierato contro i termovalorizzatori la dice lunga sulla scarsa serietà di certe prese di posizioni). E tuttavia per la capacità intelligente di utilizzare nuovi schemi, anche le prese di posizioni superficiali rischiano di apparire come valide e credibili. Ricordo ancora quando durante uno spettacolo in piazza SS Annunziata propose di prendere a testate come “Zidane con Materazzi”, Martini, Domenici e il sottoscritto per la vicenda rifiuti. Se avessimo dato ascolto a questo genio avremmo riempito Firenze di monnezza come in Campania.
A fronte di questo Grillo ha posto tre temi all’attenzione pubblica. E sono tre temi su cui – quasi mi spiace dirlo – è difficile dargli torto. Grillo chiede che si torni al sistema della preferenza e che si impedisca al partito di decidere i nomi degli eletti, restituendo tale sovranità ai cittadini. Mi pare un ragionamento su cui qualcuno può essere in disaccordo (io personalmente sono totalmente a favore). Ma anche chi non è d’accordo può considerare il ritorno alla preferenza un tributo all’antipolitica? Direi proprio di no. Secondo punto: Grillo chiede che chi è stato condannato definitivamente non sia in Parlamento. Si può discutere di tutto. Ma l’idea non mi pare così peregrina. Posso non essere d’accordo e dare una chance in più a chi ha ricevuto una condanna ma si è rifatto una vita. Ma la richiesta non mi pare così drammaticamente antipolitica. Terzo punto: Grillo chiede che ci sia un limite al mandato in Parlamento. Ma, diamine, come si fa a dargli torto? Ci sono i limiti per il Presidente americano, per un sindaco, per un presidente della provincia, perché non ci può essere un limite per un parlamentare o europarlamentare? Perché?
No, Grillo non fa solo proposte antipolitiche. Fa anche proposte su cui ragionare è utile e forse addirittura necessario. È il modo col quale infiocchetta il tutto – il Vaffa Day – che lascia attoniti e perplessi. Perché fa credere che tutti i politici siano corrotti, che tutti siano privi di rapporti coi cittadini, che tutti siano incapaci di avere una vita al di là della politica. Ma Grillo è capace: sa che se non fa il Vaffa day nessuno si fila la sua iniziativa popolare. Sa usare il giusto grimaldello della comunicazione e spara grosso.
Allora, per essere molto chiari, il problema non è Beppe Grillo. Che fa il suo mestiere. Grillo esaspera, semplifica, banalizza, polemizza. In modo demagogico? Certo: in modo demagogico è pur sempre un artista. Ma se lo guardate nel merito dice, tra alcune idiozie, cose che molti di noi dicono da anni. Solo che lo fa cavalcando un gran giramento di balle verso i politici. Verso tutti i politici.
Detto banalmente il problema non sono i 300.000 cittadini che firmano la proposta di Grillo. Il problema è che ai 900.000 lettori de La Casta nessuno ha iniziato a dare una risposta. Ai 900.000 che hanno le scatole piene degli sprechi di una politica inconcludente stiamo dicendo che “sì, in teoria avrebbero ragione ma il problema è ben altro”. Nei nostri palazzi il problema è sempre ben altro. E così non si fa nulla.
Beppe Grillo può sfruttare l’antipolitica per portare il suo messaggio. Nessuno glielo può negare. Chi non lo può fare sono i politici. Quando un politico sceglie l’antipolitica decreta la sua irrilevanza, la sua castrazione. Ho visto che i Verdi si sono buttati su quella piazza virtuale, vedendo in Grillo il proprio guru. La trovo una incredibile dimostrazione di debolezza da parte di una (presunta) classe dirigente.
Il modo per uscire da questa situazione però non è criticare chi fa la fila per firmare proposte di legge discutibili ma ragionevoli. L’unica soluzione, l’unica strategia d’uscita è ridare dignità all’impegno politico. Facendo vedere che la politica serve davvero. Che le cose cambiano. Che c’è un messaggio di speranza a un Paese che sembra solo discutere di tasse e problemi. Che c’è l’orgoglio di appartenere a un popolo. Un popolo con mille difetti ma un popolo a cui voler bene. Senza affetto e orgoglio per la propria gente, per la propria terra, l’antipolitica avrà sempre e comunque praterie davanti. E in questo periodo i politici non riescono a mostrare di voler bene ai propri concittadini. Non è un ragionamento da veltroniano buonista. Se il problema della politica fosse Beppe Grillo – lasciatemelo dire – sarebbe tutto dannatamente più facile. Il problema della politica è che purtroppo si sembra scordata il proprio mestiere. Riusciremo a darci una smossa?
Il Comune di Firenze e i lavavetri
settembre 4, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Sono d’accordo con l’ordinanza Cioni-Gori più per un motivo politico che non per un aspetto amministrativo. Ci sono infatti numerose perplessità sulla possibilità di riuscire davvero a stroncare la piaga del racket in questo settore servendosi di atti comunali e non di provvedimenti generali nazionali. Ma il punto è politico, si sarebbe detto una volta. Oggi dobbiamo registrare due profonde modifiche nel tessuto sociale della nostra terra. La prima: i semafori, come pure i posteggiatori abusivi, o i tappetini in centro o – ancora di più – la prostituzione non sono più espedienti per sbarcare il lunario. Non ci sono più (almeno nelle statistiche e nelle analisi delle forze dell’ordine) singoli che, incapaci di trovare lavoro, si dedicano a queste attività. Si tratta, viceversa, di una rete criminale molto estesa e preoccupante che viene gestita da banditi senza scrupoli che talvolta sfruttano la complicità, altre volte riducono in semi schiavitù le persone ai semafori, nel centro storico o in altre situazioni di diffusa illegalità. Questo spiega l’aumento dell’aggressività di cui ha ampiamente e giustamente parlato Graziano Cioni. E questo spiega anche il secondo elemento di novità rispetto al passato: la gente ha paura. Ha più paura di prima. E le persone impaurite sono persone pericolose, perché rischiano spesso di trasformare il loro dissenso in razzismo. Non ci possiamo permettere, dico come comunità, persone impaurite: dobbiamo trasformare questa paura in indignazione e ribellione verso chi, con metodi mafiosi, gestisce questi che sono – ahinoi – veri e propri business.
Se sono vere queste due novità (la trasformazione del questuante al semaforo in complice/vittima e la crescente sensazione di insicurezza) il problema si fa serio. E l’unica cosa che non ci possiamo permettere è minimizzare. Perché chi oggi minimizza paradossalmente aumenta la percezione di paura; se minimizzi la gente pensa che tu non capisca, che tu non avverta la gravità del problema. Che tu, in soldoni, non serva a far cambiare rotta. E se non servi, perchè perdere tempo con te? La sfiducia, l’allontanamento, la contestazione della politica nascono anche quando non si comprendono le vere esigenze di chi dovremmo rappresentare. Per chi subisce una violenza, un reato non c’è divisione possibile tra la microcriminalità e la macro: queste sono robe da statistiche. La criminalità, per chi la subisce, è sempre macro.
Certo, un’autocritica va fatta, Provincia in testa. Non siamo riusciti a far passare l’enorme quantità e qualità di iniziative che facciamo nel settore del sociale e dell’integrazione, dai centri per l’impiego al Fondo Sociale Europeo, dallo sport all’intercultura. Perché questa terra non è solidale solo a parole, ma coi fatti. E da queste parti cose a favore degli ultimi le abbiamo sempre fatte. Questo non toglie che chi è solidale sia anche solido. E se c’è un momento in cui far capire che non si scherza più, credo sia giusto farsi sentire. Ovvio che qualcuno dirà sempre “La soluzione è un’altra”. Ma ci sono dei momenti precisi in cui più che ad analizzare la variegata gamma di soluzioni, bisogna dare una risposta. Per me l’idea di avere un Comune che non si inchina al generico “volemose bene”, ma tenta di essere credibile anzitutto con se stesso è un fatto straordinariamente positivo. E per questo sono dell’idea di appoggiare tutto ciò che va nella direzione di garantire più sicurezza e quindi più libertà a tutti.



















