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Lo stadio Lorenzo il Magnifico

luglio 30, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Confesso di essere davvero felice perchè si è aperto un dibattito sullo stadio: siamo stati noi, per primi, a rilanciarlo come argomento e rafforzarlo subito dopo la bocciatura dell’Italia come organizzazione di Euro 2012. L’importante ora è passare dalle parole ai fatti. Uno stadio per riportarci le famiglie, accogliente, multifunzionale. Uno stadio capace di generare utili, ma soprattutto uno stadio che sia il fiore all’occhiello della città che della bellezza e dello stile ha fatto un modo di vita in passato. E io spero anche in futuro. Ecco perché sogno uno stadio bello, con una grande firma dell’architettura contemporanea, magari intitolato a Lorenzo il Magnifico. Uno stadio, tra l’altro, che liberi i cittadini del Campo di Marte dall’assedio due volte al mese. Uno stadio che sappia di futuro.

I cittadini sanno differenziare

luglio 30, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Vi racconto brevissimamente la cronistoria per segnalare come francamente la burocrazia stritolerebbe anche Sandokan. Dunque: dovevamo approvare un nuovo piano provinciale dei rifiuti e per farlo – siccome siamo gente seria e democratica, noi – non abbiamo detto “Siamo i più ganzi, l’abbiamo scritto nel programma, si fa come ci pare”, ma abbiamo fatto un percorso partecipato, fatto di riunioni, assemblee, incontri, polemiche, audizioni. Considerate voi quanto abbiamo impiegato di tempo: un anno e mezzo dalle elezioni del 2004 correndo come dei pazzi. Finito tutto questo giro di incontri abbiamo detto: va bene tutto, ma ora si decide.
Di conseguenza, ascoltati tutti coloro che potevamo ascoltare, abbiamo adottato il piano per poi approvarlo a distanza di tre mesi (la differenza ovviamente è figlia della cultura di questo Paese che ci dà tre mesi per vedere se si cambia idea. È come quando ai quiz uno dà la risposta e il conduttore gli dice “la accendiamo?”. E che diamine, se ho dato quella risposta, accendila e falla finita, anziché tenermi sulle spine e farmi perder tempo).
Approvato il Piano, siamo a luglio 2006, l’abbiamo mandato in Regione per la pubblicazione (che è avvenuta con qualche settimana di ritardo, vatti a capire perché…). A quel punto l’ATO ha dovuto fare il piano industriale – e poi mi dite che sono fissato quando mi domando perché deve esistere un ATO – e però ha cercato di fare il più veloce possibile, rimandandolo in Provincia per il nostro via libera, dopo circa 6/8 mesi. Per decidere di fare un impianto ci vuole un anno. Per i permessi e le autorizzazioni ne occorrono quattro. A me sembra folle.
Abbiamo però fatto di tutto anche per trovare una soluzione ai ritardi accumulati (non da noi) e grazie all’intelligente aiuto di Claudio Corbatti, sindaco di Firenzuola, lavorando all’ampliamento della discarica del Pago così da assicurare una soluzione transitoria che salvi innanzitutto le tasche dei cittadini.
Ma, dico: vi rendete conto che stiamo parlando di una delle questioni più importanti per questo territorio? E che se non avessimo avuto il coraggio e la forza di decidere noi, un anno fa, a quest’ora saremmo in piena emergenza? Io penso che i riformisti siano quelli che dopo tante discussioni a un certo punto decidono. E che i cittadini apprezzino chi ha il coraggio di farlo. Perché un centrosinistra alla campana, con la monnezza in mezzo alle strade e la camorra a gestire le discariche abusive, non mi pare un apprezzabile riferimento per pantheon del Partito Democratico. Per utilizzare una terminologia da rifiuti: i cittadini sanno “differenziare”. E non rifiuteranno mai il buon senso.

Lo scoutismo e la politica

luglio 30, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Il clou degli appuntamenti di questo centenario scout (1907/2007) è il grande raduno mondiale chiamato Jamboree che si svolge in Inghilterra in questi giorni.
Mentre guardavo la foto notizia del Principe Wiliam che suona il bongo con gli scout di tutto il mondo, ho pensato al rapporto che lega l’esperienza educativa scout con una comunità. Ci abbiamo anche fatto un convegno qualche mese fa, in Palazzo Medici, e ne è uscita anche una pubblicazione che giudico ricca di stimoli e spunti interessanti.
Del resto lo scoutismo, che pure talvolta non è vissuto sul serio ed è ridotto a una scampagnata tra amici, è una delle esperienze educative più importanti e ricche di senso, partorite dal XX secolo.
Cento anni di scoutismo, per dirla con un titolo, sono il contrario di cento anni di solitudine. Lo scoutismo è comunità, è gruppo, è rete, è noi. Ma un noi che non cancella l’importanza della scelta personale, dell’individualità che non è individualismo, dell’io insomma. Tra i destinatari delle Enews molti sono stati scout e qualcuno lo è ancora. Se devo pensare a una cosa personale, mia, dico che per me lo scoutismo è stato importante perché mi ha insegnato la lealtà. Lealtà è presupposto e forse sinonimo di legalità. Ma lealtà è una parola più bella. Lealtà verso se stessi, innanzitutto. Insopportabili sono quei politici che declamano – o meglio: biascicano – valori, nei quali essi stessi per primi non credono…
Con lo zaino sulle spalle ho poi imparato che è fondamentale fare squadra, molto prima (e molto meglio) che me lo dicesse Luca Cordero di Montezemolo. Ho imparato che è troppo semplice arrendersi alla prima difficoltà e la salita di una route ti manda lontano solo se impari a gustare il ritmo dei passi, apprezzando il presente non pregustando l’arrivo. Lo scoutismo mi ha educato anche a saper prendere una decisione senza trastullarsi troppo (in realtà questa, personalmente, me l’hanno insegnata anche i miei quattro anni di arbitraggio. Quando sei solo in un campo di seconda categoria in Garfagnana a 17 anni e arbitri gente di 40, o sai decidere o è un casino).
Ma se dovessi scegliere una cosa una che lo scoutismo mi ha dato e che giudico fondamentale per la mia attività politica, paradossalmente non la prendo dalla mia amatissima esperienza R/S (sta per Rover & Scolte: insomma i grandi, quelli che stanno in clan dai 17 ai 20 anni). La prendo dai piccoli, dai lupetti. Ai lupetti si leggeva il libro della Giungla. Se c’era uno che ho sempre odiato non era il cattivo per antonomasia, la tigre Shere Kan. Ma Tabaqui, la iena. Il mediocre. Quello che vive di avanzi. Non sopporto, e mi scuso per la durezza, chi vive di refurtiva. Chi fa politica da anni e non ha mai seguito un sogno. Chi non ha mai alzato lo sguardo sui grandi temi, quelli affascinanti. Chi non parla mai di altro che di piccoli, meschini, interessi di bottega. Intendiamoci: nessuno pensa che si possa campare di sogni. Ma una politica che è fatta solo di piccoli giochini, di piccoli piaceri, di piccoli scambi è un incubo per tutti. Anche e soprattutto per chi la fa. Perché è condannato a vivere di paura. A preoccuparsi di sé e della propria carriera. E chi si preoccupa solo di sé e della propria carriera non fa politica… scalda sedie a tradimento. Questa consapevolezza – che ovviamente si fa progetto di vita quotidiano, difficile ma ricco di fascino – è forse uno dei doni più grandi che ho ricevuto dallo scoutismo.
Gli scout di tutto il mondo saranno chiamati a rinnovare la loro promessa. L’augurio ai tanti destinatari delle Enews che sanno il significato di avere un fazzolettone al collo è allora proprio quello di non vivere mai come la Iena Tabaqui. E un grande, sincero, augurio di buona strada. A chi invece scout non è mai stato: beh, come avete fatto ad arrivare fin qui? Non vi avevano raccontato che gli scout sono quei bambini vestiti da cretini che vanno a giro accompagnati da cretini vestiti da bambini?
(Enews 191, lunedì 30 luglio 2007)

Gira il mondo gira
Dieci anni fa, di questi tempi, stavo in Umbria con un fazzolettone scout al collo a dare mano (o forse, meglio, a tentare di farlo) alle popolazioni colpite dal terremoto. Mi sono sorpreso in questi giorni a rileggere gli articoli di allora. Ed è incredibile vedere come tutto il mondo ci è cambiato intorno. Per la politica l’unica cosa rimasta uguale è il nome del Presidente del Consiglio. Inutile dire che il nostro appare penzolante come allora, più di allora…
(Enews 198, martedì 2 ottobre 2007)

La sicurezza, condizione della libertà

luglio 23, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Vorrei che conservassimo il diritto di sentirci di sinistra, senza essere tacciati anche solo psicologicamente di razzismo, quando diciamo che nessun senso di colpa terzomondista può consentirci di giustificare l’indefinibile casino che si forma davanti al centro storico nel momento in cui vere e proprie organizzazioni criminali ci strappano il territorio metro dopo metro. Quel territorio va riconquistato al rispetto della legge, col rispetto della legge. E il modo per aiutare quei ragazzi è quello di farli uscire dal giro della criminalità che li tiene in schiavitù, non compatirli a parole condannandoli coi fatti.
Per far questo trovo utile che la Provincia aiuti il Comune nello spirito che è contenuto nel Patto per la sicurezza firmato con Giuliano Amato.
La parola legalità vale sempre. Vale nei campi di lavoro di Libera a Canicattì, come in Via San Zanobi o in via delle Oche. Vale anche per l’italiano che affitta in nero a cinquanta immigrati un buco chiamato appartamento in centro storico. La sicurezza, infatti, non ha colore politico. È la condizione stessa della libertà. E senza di essa non andiamo da nessuna parte.

Costi e posti della politica

luglio 23, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Avevo promesso di dire la mia sulla questione “costi della politica”. Argomento che suscita rabbia e interesse da parte di molti, a giudicare dal numero di domande che ricevo su questo argomento.
Sapete che il Governo ha licenziato un disegno di legge, il ddl Santagata. Potremmo anche chiederci perché si chiami così. Qualcuno, forse teodem, fatica a non vederci un’invocazione religiosa, perché, al punto in cui siamo, solo i santi possono salvarci. Noi, più laici, immaginiamo con notevole sforzo intellettuale che il nome derivi dal Ministro dell’Attuazione del Programma. Già, perché giustamente appare incredibile e degno di una bella faccia tosta che ad occuparsi degli sprechi della politica abbiamo delegato il Ministro dell’Attuazione del Programma. Un ministero che esercita un fondamentale ruolo di grande rilievo e di imprescindibile necessità. Un ministero che di sprechi, evidentemente, s’intende molto. Il ddl Santagata, tuttavia, dice cose a mio giudizio giuste. Dice che bisogna ridurre i parlamentari. E francamente, che ce ne facciamo di 1.000 persone con tutto il contorno di collaborazioni, spese, eccetera. Non ci vedo nulla di male nel fatto che i parlamentari siano pagati bene, che abbiano collaboratori e che abbiano il diritto – chessò – di spostarsi gratuitamente in treno o in aereo per l’esercizio delle loro funzioni. Magari un esercito di mille, senza neanche un Garibaldi in vista, non è il massimo dell’utilità e dell’efficienza. Paghiamoli bene, mettiamone meno. Si torna lì, al punto di sempre: più che un problema di costi, è un problema di posti…
Per dirla alla Mike Bongiorno: compro una consonante e scambio la c con la p. Perché quello che è insopportabile – oso dire con rispetto, ma con determinazione – non è che un sindaco di una città di un milione di abitanti prenda cinquemila euro netti al mese, quando lavora per diciotto ore su ventiquattro, quando non conosce sabato e domenica, quando è sul pezzo a tempo pieno. No, quello che è insopportabile non sono i cinquemila euro netti del Sindaco, quando l’Amministratore Delegato di una banca tratta una liquidazione da 35 milioni di euro solo per lasciare il posto senza fiatare. Quello che è realmente insopportabile è il numero dei politici. Il fatto che per un Sindaco ci siano quaranta o sessanta consiglieri che per intascare un gettone, inventano le riunioni di commissione più astruse. E che alla fine si fanno uno stipendio superiore a quello di un impiegato.
Discorso analogo per i consiglieri regionali. Il ddl Santagata “auspica” che vengano ridotti. E come dare torto al prode-ministro?
L’esplosione di consiglieri regionali mi pare non sia corrisposta a un incremento reale dell’efficienza e del grado di simpatia tra i cittadini delle Regioni. Le quali dovrebbero limitarsi a legiferare sulle proprie – ampie – competenze e in realtà oggi si occupano di molto di più.
Ora queste prime due questioni legate al Parlamento e alle Regioni, purtroppo o per fortuna, non dipendono da Santagata. La prima è in mano al Parlamento. Che è sovrano, nel senso che farà come meglio crede. La seconda è viceversa in mano ai consigli regionali, che sono sovrani anche loro. E quindi faranno anch’essi come meglio credono. Oplà. Ma su cosa può decidere, allora, il Governo? Potrebbe decidere, per esempio, sul Governo. Qui peraltro una norma già ci sarebbe, che stabilisce un tetto massimo di ministeri. L’avevamo stabilita noi del centrosinistra con Bassanini e doveva entrare in vigore dal 2001: Berlusconi l’ha modificata con decreto, Prodi invece pure. E oggi i membri del governo sono più dei 101 cani dalmata di un noto cartone Walt Disney: ne erano segnalati 106 qualche settimana fa. Fortunatamente per loro, e forse anche per noi, non c’è nessuno che li lanci alla carica…
Il Governo, insomma, potrebbe anche dimagrire. Subito. Domattina. Ma a quel punto è abbastanza probabile che dimagrirebbe talmente tanto al punto da… scomparire. Perché non avrebbe, si dice, più la maggioranza. E dunque anche dei tagli al Governo, ne riparliamo a data da destinarsi.
Ci sono poi gli Enti Locali. Per i quali si è ridotta con Tremonti l’indennità del 10% agli amministratori. E oggi si punta a ridurre il numero dei consiglieri e degli assessori (per me corretto: se in Provincia passiamo a 28 consiglieri e 10 assessori, va bene lo stesso), a controllare in modo drastico alcune spese come telefoni e auto blu (giusto), a ridurre le comunità montane (giusto anche questo, anche se i miei amici di quei territori non saranno d’accordo). Rimangono aperti molti temi: ha senso a Firenze che un Presidente di quartiere prenda più o meno come un assessore? I quartieri svolgono decentramento amministrativo o funzione di rappresentanza più vicina alla cittadinanza? Sono due aspetti diversi, che richiedono impegni diversi. Magari c’è un consigliere di quartiere che si spezza la schiena ad organizzare i centri estivi e gli spiccioli che prende non gli bastano neanche a ricaricare il telefonino e qualche assessore comunale si occupa di sesso degli angeli con uno stipendio più che significativo.
In tempi di comitatite spinta, forse potrebbe essere un’idea cambiare la funzione e la sorte dei consigli di quartiere. Aumentarne il peso di rappresentanza sociale. Ma giusto quello, la rappresentanza. Non un consiglino comunale dei poveri. Non possiamo tuttavia guardare caso per caso, perché ci sfiniremmo. Dobbiamo dare un punto di partenza condiviso: ci sono degli eccessi non più sostenibili. Vi rendete conto che in questo Paese abbiamo quartieri/circoscrizioni, comuni, comunità montane, circondari, province, regioni, Stato, Unione Europea magari l’uno con disposizioni differenti rispetto all’altro? Non è possibile, non è giusto: semplificare è un dovere.
Credo che uno degli elementi che acuisce la sfiducia verso le amministrazioni locali, a differenza di quello che accadeva quindici anni fa, sia proprio questa sovrapposizione degli eccessi. Come semplificare è il problema. Cosa aboliamo? Se parti dalle comunità montane, quello dice di abolire le province. Se parti con le province, ti spiegano che il nodo sono le Regioni. Per le Regioni, magari i comuni sono troppo piccoli. E via dicendo. Un gioco dell’Oca in cui tutti pensano di far fare la parte dell’oca agli altri. Ma la sensazione di essere nel pollaio la diamo noi, non gli altri…
Penso che non si possa fare di tutta l’erba un fascio, questa è la mia idea. Le Regioni vanno bene. Ma se riducono i consiglieri e provano, gentilmente, a legiferare e programmare anziché gestire, fanno un servizio buono a loro stesse, e anche a noi. Riducendo davvero quella selva di partecipate, consorzi, aziende, ambiti che stritola tutto. Anche la nostra pazienza. Le Province facciano il loro. Ma non raccontiamoci che siamo fondamentali per il mondo. Sappiamo che non ci aboliranno mai, in questo Paese. Ma domandiamoci, guardandoci allo specchio, se ha senso che esista una Provincia come quella di Prato che è fatta da un Comune, Prato appunto, e una Comunità montana, con i 6 comuni limitrofi. Vi pare possibile che la somma di un Comune più una Comunità montana, dia un totale di sette comuni e una Provincia? Ma dai! Chi pensiamo di prendere in giro?
Poi uno dice: sei sempre polemico. Ma queste cose la gente le vive come un’ingiustizia che alla fine inghiotte tutti. Ma ci rendiamo conto che per tenere buona una classe dirigente, cioè noi politici, accontentando chi punta a un posto al sole che altrimenti non avrebbe, facciamo degli arrosti che colpiscono tutti perché indeboliscono la dignità di quelle Istituzioni che dovremmo difendere?
Per dimagrire i costi della politica, poi, bisognerebbe avere il coraggio di utilizzare le aziende dei servizi pubblici come aziende. Non come rifugio di amministratori da riutilizzare. Vale per tutti, è chiaro, qualunque sia il colore politico. Ma le aziende devono funzionare. Altrimenti chi ne fa le spese sono i cittadini. Pensate, giusto per fare un esempio, all’aumento delle bollette dell’acqua di questo periodo nel nostro territorio. Siamo davvero certi che non ci sia responsabilità di chi – sedendo all’ATO, autorità di garanzia in materia – doveva controllare? Per non parlare di chi dirige la società che deve gestire? Abbiamo consigli d’amministrazione che sembrano condomini da quanto sono numerosi. Con-do-mi-ni. Ma oggi, se aumentano le tariffe troviamo un rimedio? O diciamo, semplicemente, che è colpa del Governo o di qualche altro ignaro passante? I costi di una politica inconcludente e che non decide passano anche dalle aziende pubbliche, non solo dagli amministratori. E tutti siamo responsabili (qualcuno più di altri, ovviamente. Ma questo è un altro discorso…)
Poi ci sono gli amministratori. Per i quali qualcuno vorrebbe tagliare ulteriormente le indennità. Anche qui mi piacerebbe capire meglio. È uno scandalo che chi gestisce un budget di qualche miliardo di euro, guadagni quattromila euro netti al mese? Secondo me no. E sempre a mio giudizio è pericolosissimo quando l’opinione pubblica plaude al gesto di Letizia Moratti di rinunciare allo stipendio da Sindaco. Perché una come la Moratti lo stipendio ce l’avrebbe comunque, è ovvio. Ma la stragrande maggioranza dei suoi colleghi no. E allora che facciamo? Lasciamo la politica solo a chi può permettersela? Ritorniamo, un secolo dopo, al principio per cui i cittadini sono tutti uguali ma qualcuno è più eguale degli altri? Senza indennità, il potere è solo roba da ricchi. Piace o non piace? Trovo il gesto della Moratti di una pericolosità con pochi eguali.
Potremmo proseguire a lungo. Per me il vero costo della politica – l’ho detto più volte – è quando il politico non fa il proprio mestiere. Che è quello di decidere. Fare. Realizzare. Costruire. Sognare e far sognare ma sempre con il pragmatismo di chi gioca a metà campo e mette in mezzo palle-gol per gli altri. Il politico è una mezzala: non il mediano delle canzoni di Ligabue, non il centravanti che pensa solo a fare gol. Il politico è uno che in campo sarebbe sceso col numero 8 (prima che la foga del marketing ci strappasse per sempre il gusto di vedere scendere in campo gente con la maglia dall’1 all’11 e senza nomi sopra). Il politico è uno che ci crede. E – forse resterete stupiti – che non lo fa per i soldi. Tante persone con cui entra in contatto un politico guadagnano molto ma molto ma molto più di lui. Se lo fa non è per i quattrini. Liberi di non crederci, naturalmente. Libero io di pensare che quello dei costi della politica sia un argomento che non può essere affrontato a spot ma richiede una riflessione sul senso profondo della missione della politica. Ecco perché non ci possiamo scherzare sopra: in un clima come quello di oggi, se fallissimo su questo, daremmo un colpo mortale alla credibilità delle Istituzioni.

La ripicca di Bonanni

luglio 16, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Dunque, le cose stanno più o meno così. Lunedì scorso nell’Enews 188 scrivo delle pensioni, ricevendo commenti pressoché unanimi (a parte il mitico compagno Marconcini che mi ha chiesto ospitalità, subito concessa: risponderà alle mie considerazioni dell’altra volta e io pubblicherò la sua nota, così si alimenta il dibattito). Il giorno dopo, sullo stesso tema, faccio una dichiarazione semplice: un 58enne come Bonanni, segretario della Cisl, è la dimostrazione più evidente del fatto che a quell’età si è ancora giovani e ricchi di grinta ed energia. Del resto se dico a mio babbo, che ha 56 anni, che al prossimo compleanno deve andare in pensione di anzianità quello come minimo mi querela…
Quindi La Stampa di Torino mi chiede un’intervista. Che ovviamente faccio ben volentieri, considerata l’autorevolezza di quel quotidiano: finisce in terza pagina nazionale. Ribadisco i concetti delle Enews, con un tono meno duro ovviamente. Ma evidentemente non basta: apriti cielo, succede un casino. L’esecutivo regionale della Cisl mi spara addosso ad alzo zero e mi dice che io sparo “balle qualunquiste”, da non confondersi – evidentemente – con le balle ragionate, quelle profonde. Poco importa se la mia posizione è, nel piccolo, la stessa di quella espressa lo stesso giorno da Walter Veltroni su La Repubblica e in varie sedi e momenti da Francesco Rutelli e Massimo D’Alema, da Dario Franceschini e Piero Fassino. E nell’esecutivo regionale della CISL viene comunicato che Bonanni non parteciperà per protesta (ritorsione?) alla Festa della Margherita di Firenze. Consapevoli della portata di una simile decisione, ai giornalisti viene comunicata una verità annacquata (Bonanni non viene per altri motivi, anche se non è dato sapere quali).
Prima considerazione personale: trovo sconvolgente che il segretario nazionale di un sindacato importante se la prenda non so bene per quale motivo. Per un’intervista nella quale non parlo di lui? Per il fatto che ho detto che lui ha 58 anni? Per motivi che ignoro? Ma ancora più sconvolgente è che uno rifiuti di partecipare a un dibattito, al quale ha precedentemente confermato la presenza, solo per questo motivo. Puoi pensarla come vuoi. Ma non rinuncia a partecipare a un dibattito, a un confronto perché uno ha detto una cosa che non ti piace. Viviamo una strana condizione – definita da quelli bravi, gli esperti “democrazia” – in cui pare che addirittura lo scambio di opinioni e il confronto tra opinioni diverse viene considerato salutare. In certi momenti non è importante l’età, ma come uno si comporta. Se Bonanni, cinquantottenne gagliardo o meno, non è venuto alla Festa perché si è arrabbiato con me, dico pubblicamente che il suo è un comportamento infantile. Se ci sono altri motivi forse potrebbe spiegarli. In ogni caso, poiché non ho il piacere di conoscere questo signore che ho incontrato per venti secondi alla inaugurazione della nuova sede Cisl, lo invito pubblicamente a un dibattito sulle pensioni. Scelga lui come, quando e dove. Non ho paura delle mie idee e quindi non mi dispiace il dialogo. Spero che lui non abbia paura delle sue e che accetti di confrontarle…
Amici delle Enews, se c’è un motivo per cui sono felice del Partito Democratico e nutro speranze forti per questa sfida è che sogno un partito che dica la verità alla gente. Voglio un partito che agganci il mondo che cambia a un ritmo incredibile e che vede l’Italia spesso stare ferma. Questo dibattito sulle pensioni è surreale. Vai a qualsiasi dibattito e il problema non è se una persona che ha 57 anni deve andare in pensione oggi o tra tre anni. I cittadini di questo Paese sono persone serie. Si preoccupano di chi ha la pensione minima con la quale oggi non campa. Si preoccupano di chi – in giacca e cravatta – va alla mensa della Caritas perché non ce la fa. Si preoccupano dei giovani che spesso sono talmente precari sul lavoro da non avere certezze per la propria vita. E a fronte di questo, c’è qualcuno che davvero crede ingiusto aumentare di qualche mese l’età pensionabile per mettere in campo più risorse da investire per giovani e pensioni minime? Ma dai! Non ci crede nessuno. Per di più è un mondo dove, fortunatamente, si vive più a lungo e meglio. Dove si vive in media dieci anni più rispetto agli anni ’70. E dove il problema è trovare le badanti, altro che andare in pensione. Perché diciamoci la verità il mondo è cambiato. Checché ne pensi qualche senatore della sinistra radicale o qualche sindacalista schiacciato sul passato.
Tra l’altro quello che non ho capito è perché la Cisl si è sentita offesa. Due amici della Cisl di Firenze hanno convocato le televisioni per consegnarmi una mega lettera, anticipata da una sapiente comunicazione stampa che recitava “Renzi, c’è posta per te”. Siccome io sono di campagna e Maria De Filippi non è il mio ideale di donna e conduttrice, ho risposto con una semplice email, in cui spiego i motivi per i quali per me è giusto alzare l’età pensionabile. In questa vicenda mi ha molto colpito l’elenco di tutti quelli che hanno preso posizione per offrire la loro solidarietà: non solo amici come David Ermini o Erasmo D’Angelis. Ma anche giovani come Diletta Rigoli, coordinatrice dei Giovani della Margherita o i giovani industriali provinciali con Jacopo Morelli e regionali come Bruna Dini. E ancora giovani sindaci, giovani amministratori per non parlare di chi mi ha scritto: “Sto anagraficamente con Bonanni perché ho la sua età, ma hai ragione da vendere tu”. Grazie di cuore a tutti.
Conclusione: mi piace dire quello che penso. E pensare a quello che dico. Ho stima per la storia della Cisl, come degli altri sindacati. Avverto il rischio, per i partiti e per i sindacati, di essere soggetti sociali incapaci di cogliere i mutamenti della rappresentanza. Spero che tutti insieme possiamo creare sindacati che rappresentino non solo chi ha già smesso di lavorare, ma magari anche chi deve ancora iniziare a farlo. E partiti coraggiosi che affrontino le sfide del nostro tempo, non gli slogan di trent’anni fa. Sarà una balla qualunquista anche questa?

Sicurezza in Piazza Duomo

luglio 9, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Quello che sto per dirvi, lo ammetto, è molto banale. Pronti? Via. La sicurezza è un valore di tutti. Se ci sono delle regole bisogna rispettarle, tutti. Firenze, città universale della bellezza, non può consentirsi nessuna smagliatura nel settore decoro/sicurezza/legalità. Ho elencato alcune banalità, no? Banalità particolarmente importanti, ma pur sempre banalità.
Bene, abbiamo deciso di riaffermare con maggiore determinazione queste banalità che tali non sembrano nel nostro campo politico, a volte. Sembra quasi che essere dalla parte della sicurezza sia pericoloso, di destra, intimamente razzista. Penso che l’origine geografica africana o cinese di un ragazzo che vende merce contraffatta in mezzo a Piazza Duomo non sia un’aggravante. Ma mi rifiuto di considerarla un’attenuante. I veri antirazzisti non guardano alla geografia, ma ai fatti (altrimenti è finta compassione e reale ingiustizia). I fatti dicono dell’esistenza di vere e proprie organizzazioni criminali dietro alla gestione e al controllo di alcuni spazi nella nostra Firenze. Occorre riprenderci il territorio. Passo per passo, metro per metro. Per questi motivi, probabilmente i primi in Italia, utilizzeremo la Polizia Provinciale con funzioni antidegrado e pro sicurezza. Sì, avete capito bene: utilizzeremo la Polizia Provinciale – d’accordo ovviamente col Comune e con le altre forze dell’ordine – in alcune piazze. Cominciando da una delle più belle e significative: Piazza Duomo. La culla della cristianità fiorentina. Ma anche, come per tutte le cattedrali, la culla della comunità fiorentina. Perché la cattedrale era il luogo della preghiera e dell’incontro con Dio, ma anche il luogo dell’incontro del popolo. In più la nostra cattedrale è impreziosita dalla straordinaria genialità di Brunelleschi che sfida i soloni del tempo e costruisce la cupola. Crediamo nel rispetto per la donna e per l’uomo. Per tutti e per ciascuno. Per questo non abbiamo paura di schierarci dalla parte del rispetto delle regole. E del decoro di una città e di un territorio.

Lavorare qualche anno in più

luglio 9, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Trovo surreale questo dibattito intorno alle pensioni. Al di là del fatto che, pare di capire che su questo il Governo rischi di cadere (allegriaaaa! Poi voglio vedere come facciamo a ripresentarci con quelli di Rifondazione) e al di là del fatto che tutti parlano dei costi della politica e nessuno parla dei costi del sindacato in questo Paese, e prima o poi bisognerà iniziare a farlo, perché trovo che il sindacato dovrebbe rappresentare i lavoratori e i giovani che vogliono diventare tali, non solo il centro servizi per i pensionati, provo a fare un piccolo quiz. Rispondete vero o falso.
a) esiste una classe politica guidata da settantenni che teorizza per tutti (gli altri) la pensione a 57 anni. Vero o Falso?
b) nel frattempo in Italia si vive di più. Ovviamente evviva! Ma questo vorrà dire o no che nel frattempo spendiamo più soldi di previdenza. Vero o Falso?
c) nella stessa Italia di cui sopra i ragazzi iniziano a lavorare più tardi. In parte perché sono lenti nei percorsi di studio, in parte perché il mondo del lavoro è cambiato ma oggettivamente oggi la forza giovane che viene immessa sul mercato del lavoro arriva a pagare i propri contributi più tardi di prima. Vero o Falso?
Se avete risposto al piccolo quiz con 3 vero, come fate a sostenere che chi chiede una riforma delle pensioni voglia un massacro sociale? Certo: come dice il mio amico (e compagno) Massimo Marconcini, capogruppo del PdCI in Provincia, questo tema non stava nel programma di Prodi. E’ vero, ha ragione lui ma la mia opinione personale, che deriva da tante assemblee fatte a giro per il mio territorio, è che i cittadini sono molto più saggi di come qualcuno vorrebbe dipingerli. Il vero patto generazionale e politico che oggi potremmo proporre alla gente dovrebbe suonare più o meno così: signori, noi sappiamo che il mondo è cambiato. E voi lo sapete meglio di noi, perché non vivete sulla luna. Vedete le difficoltà dei vostri figli con i co.co.pro, vi accorgete perfettamente che a 57 anni si è nel pieno delle proprie forze e vi basta accendere la tv per capire che siamo in un mondo di concorrenza globale. Per questo noi vi chiediamo di cambiare le regole del gioco sulle pensioni e sullo stato sociale. Vi facciamo lavorare qualche anno in più utilizzando i denari del tesoretto non per levare gli scaloni ma per cambiare quelli che vengono definiti ammortizzatori sociali. Personalmente sono sicuro che nove italiani su dieci capirebbero perfettamente e sarebbero pronti a firmare idealmente questo patto. Se poi non lo firmiamo perché non è d’accordo Giordano (che qualcuno ricorda come centravanti della Lazio, ma è solo il segretario di Rifondazione) beh, ce ne faremo una ragione. Ma questo vorrà dire che per la sfida elettorale che verrà – perché a quel punto sarà chiaro che l’esecutivo Prodi non ha più i numeri – almeno non ci presenteremo più con loro. A meno che non si voglia prendere in giro i cittadini e dire che ogni dieci anni buttiamo giù un governo per dimostrare che la sinistra radicale c’è, è viva, e lotta con(tro di) noi…

Io ci metto la faccia

luglio 3, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

C’è da sistemare la questione Fi-Pi-Li. Da giorni siamo attaccati sui quotidiani per questa strada. Se non si fanno i lavori, si chiude la strada perché insicura. Se si fanno i lavori, si prende qualche chilometro di coda e qualche cittadino si arrabbia. È vero: forse perdiamo qualche voto. Ma preferisco perdere un voto altrui che la faccia mia. E se abbiamo detto che questa Amministrazione è quella che ha deciso di decidere, non ci sono alternative al fare le cose. L’unica obiezione che rimane riguarda i tempi dell’intervento. Con due varianti. Qualcuno che si lamenta perché i lavori si fanno anche l’estate (e che facciamo? I cittadini che usano la FiPiLi per lavoro possono subire disagi, quelli che vanno al mare no? Mi sembra una discutibile discriminazione tra cittadini di serie B e vacanzieri di serie A), qualcuno che si lamenta perché non si lavora di notte, sabato o domenica (affermazioni tutte false: si è lavorato o si lavora anche di notte, di sabato e di domenica. Certo: non tutto si può fare di notte e non solo perché costa di più), qualcuno che contesta la rapidità dei lavori. Siamo circondati da amministrazioni pubbliche che arrivano con decenni di ritardo a fare opere attese da tempo. E noi, che siamo in anticipo (avrebbe detto De Andrè: “in anticipo sul vostro stupore”) non solo non riceviamo i complimenti ma addirittura gli insulti? Sia chiaro: nessuno nega i disagi. Ma vorrei che qualcuno portasse una contestazione alle seguenti affermazioni
a. Quella strada ci è stata consegnata che era un disastro
b. Non potevamo differire i lavori per evidenti ragioni di sicurezza
c. I lavori stanno procedendo nel rispetto dei tempi
d. L’attività di comunicazione che abbiamo messo in piedi non ha uguali in strade gestite da Provincia
Durante la settimana, mi arriverà l’eco dei vaffa di una parte dei cittadini, il rimbrotto di chi mi aveva detto “te l’avevo detto di non metterci la faccia, la gente è arrabbiata” e qualche email di protesta. Ma è anche vero che credo nella politica. E quando si prende una decisione si ha il dovere di spiegarla. Io la faccia non la metto solo per il Genio Fiorentino o quando portiamo soldi a Firenze. La faccia ce la metto anche sulle cose che fanno meno piacere, perché credo nel lavoro mio e di chi mi sta vicino. Così fa, o dovrebbe fare, chi ha ambizione di guidare i processi e non solo di fare lo speaker a decisioni prese da altri. Così mi potranno dire che sono troppo ambizioso…

Per far politica ci vuole…

luglio 2, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment 

Non so che mesi ci aspettino. Spero solo che riusciremo a non farci troppo male in questo periodo. Chissà… Intanto proviamoci… Esco dall’ufficio della senatrice di NYC, forse futura Presidente, e dagli edifici del potere di Washington con molte domande su come conciliare la politica con la vita. Non c’è dubbio che questo mestiere sia una delle sfide più affascinanti per un uomo. E che se uno non ama profondamente ciò che fa, il proprio impegno è solo il prolungare una carriera, il vivacchiare di rendita. Se non c’è la passione profonda verso la donna e l’uomo, il nostro non è un modo solo per rubare lo stipendio. È soprattutto un modo di sprecare la propria vita, prendendola di striscio, non di collo pieno per utilizzare una metafora calcistica. Avverto forte il desiderio di impegnarmi con tutto me stesso per la mia terra, né più né meno di quando giovane capoclan camminavo lungo i sentieri della Val di Susa o di Santiago. Ma questa mattina ho visto affannarsi dietro le stanze del Parlamento più importante del mondo tanti ragazzi che sorridevano a comando. Tante ragazze “prese in trappola in un tailleur grigio fumo” (è un periodo in cui ho ascoltato troppo De Andrè, presumo). Mi domando anch’io, per me, oggi, se il futuro che voglio è quello di un impegno politico per sempre. Spesso mi domando che cosa farò da grande, ignorando che forse sono già grande. Ok, non dirò mai che vado in Africa (non ho le physique du rôle). Ma nell’aereo di ritorno metto anche qualche dubbio personale. E la frase-cult del fu Mazzoni di Montespertoli, magistralmente raccontatami da Luigi Nigi: “Per fare politica ci vuole la buona salute, una famiglia in cui ti senti sicuro e poi, se non ci sei chiamato, è un casino lo stesso”.

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