Classe 1995
aprile 30, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Mi stupisco a pensare con raccapriccio che avere dodici anni oggi significhi essere nati nel 1995. Fin qui, direte voi, ci arrivava chiunque: non è che l’osservazione brilli per sagacia. Nel 1995, praticamente ieri. Il raccapriccio mi è venuto in mente leggendo – a qualche ora di distanza – due notizie che provengono dall’Afghanistan e dai covi dei talebani. Due notizie che riguardano due dodicenni, ben diversi tra loro.
La prima storia è documentata anche con un video. Un dodicenne talebano viene “premiato” dai capi con la possibilità di decapitare un altro taliban, “colpevole” – vero o presunto – di essere una spia. Una spia quindicenne, il cui collo è offerto in pasto al coltellaccio del dodicenne.
E un altro dodicenne è l’attore non protagonista di un’altra storia che purtroppo non è un film. Ancora Afghanistan, ancora zone sottratte al governo di Kabul dai taliban. Un’altra decapitazione. Questa volta di un ragazzo di 33 anni, padre di un dodicenne appunto, ucciso così barbaramente perché suonava il tamburo tradizionale. La musica, no. I taliban non sopportano neanche quella e quindi è lecito uccidere – davanti agli occhi sgomenti del figlio che deve imparare “la lezione” – un giovane padre. Uno si domanderà: “Matteo, è fine aprile, siamo in pieno week-end, perché dover iniziare l’enews con queste notizie?”
Effettivamente non c’è un perché. C’è solo il pensiero di una data. 1995, appunto. L’anno in cui è nato il bambino soldato che decapita “il collega-spia”; l’anno in cui è nato il bambino che diviene orfano perché la musica non può essere amata; l’anno anche (mi scopro a pensare) in cui l’ONU, con la terribile pagina di Srebrenica ha smesso di far finta di essere una cosa seria. “ONU, dove sei?” stava scritto nei cartelli davanti al Colosseo ieri, nella marcia pro Darfur.
Non si va da nessuna parte con le guerre preventive, i fatti lo stanno dimostrando. Ma bisogna essere sinceri, innanzitutto con se stessi, e dirsi che non si va da nessuna parte nemmeno facendo finta di nulla. Nel mondo fuori dai nostri stretti confini locali c’è bisogno di tanta politica e di tanta giustizia. L’alternativa al principio discutibile della democrazia da esportare non può essere il menefreghismo in quantità industriale.
Pensando a quei diversi bambini del 1995, credo che sempre di più dovremo farci i fatti degli altri. In un mondo in cui globale non può essere solo la comunicazione o l’economia dovremo trovare le strade per fare i ficcanaso. Senza il bombardamento dei B52, sia chiaro. Ma senza nemmeno le reticenze di chi dice “Noi pensiamo solo alle nostre cose”.
diario di un congresso
aprile 23, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Il congresso del Partito Democratico parte in Eurostar. E’ giovedì e io sono a Roma proprio quando nella mia città Fassino deve aprire le danze. Ho fatto due giorni nella capitale per tanti motivi: riunione dei presidenti di provincia, l’udienza dal Papa delle diocesi toscane, un incontro molto importante per i nostri comuni per i beni culturali col sottosegretario Andrea Marcucci, riunioni e riunioncine varie. Sono sospeso tra la curiosità e la preoccupazione. I giornali continuano a descriverci come un gruppo allo sbando, anche se Paolo Mieli scrive un editoriale che fa pensare (oltre che, sostanzialmente, lanciare Veltroni).
Col treno in stazione parte anche un’avventura storica, il Partito Democratico. E uno si sente autorizzato a immaginare un inizio ricco di pathos, chessò, una partenza alla Sergio Cammariere: “Come angeli insieme nella rivoluzione, partiremo di notte senza nessun padrone, partiremo di notte cantando nel vento la nostra canzone”. E qui invece si parte di giorno, come una scolaresca, ordinati, tutti in treno, delegati DS che da Termini raggiungono Firenze mischiati alle cariche istituzionali (anche il presidente del Senato arriva sui binari). Sul treno delle 11.30 ci sono delegati che discutono, mussiani che scherzano con i fassiniani, c’è Anna Finocchiaro che sarà costretta venerdì a fare avanti e indietro di nuovo e che sabato infiammerà la platea del Mandela Forum. Saluto Franco Grillini e gli chiedo se sta dentro il PD o molla anche lui. “Chiederò a Fassino una prova di laicità e che non si aderisca ufficialmente al Family Day” mi dice lui. “Con me caschi male” gli rispondo ridendo. In realtà Fassino dirà cose molto serie sul 12 maggio nella sua relazione. Certo: finire nello stesso partito con Grillini non era propriamente nelle mie previsioni qualche anno fa. Ma forse anche lui non immaginava di diventare compagno di strada della Paola Binetti. E, comunque, considero tutto ciò una ricchezza se riusciremo a mettere al centro il confronto sereno e serrato tra di noi. Cioè se la politica riprende il suo posto e allontana il gossip dai partiti…
Sono quasi le tre del pomeriggio quando arrivo al Nelson Mandela Forum. Che è lo stesso di dieci anni fa, quando Massimo D’Alema fece la (non fortunatissima) Cosa 2, il congresso nel quale il PDS perse la P di partito e trovò Valdo Spini. Oggi ritroviamo il partito e perdiamo Valdo Spini. Dalla serie: corsi e ricorsi. Adesso però il palasport si chiama in un altro modo. E, conoscendoli, penso con amicizia al sentimento di orgoglio che in questo momento attraversa i volti e le storia di Massimo Gramigni e di quel gobbo di Claudio Bertini. Se davvero il nuovo Partito dovrà restituire alla politica la dignità che le manca, penso che fare il primo passo da un luogo intitolato a Nelson Mandela sia un ottimo viatico.
Prima che inizi la relazione succede di tutto quando fa il suo ingresso il compagno Silvio Berlusconi che non è il delegato di Arcore, ma un “gradito ospite”. Gli operatori della comunicazione impazziscono, salgono sui tavoli, ci sono persino mini tafferugli. Alla fine Berlusconi raggiunge il suo posto. È proprio una fila davanti a me e scavalco con fare molto atletico (peggio di Cassano ingrassato a Madrid) per stringergli la mano. “Benvenuto a Firenze, Presidente”. “Grazie”, mi risponde il cavaliere che prosegue, “la trovo particolarmente ringiovanito” . Mi ricordo di essere un rappresentante delle istituzioni ed evito battute del tipo “L’importante è che non porti anche me a Villa Certosa, sulle sue gambe, Presidente”. Al di là del colloquio con Berlusconi (di cui si occupa persino il mitico Dagospia) e della risposta che non gli do, confesso che trovo ingiusto quello che è accaduto in questa settimana. Il giornale OGGI, che non ha pubblicato le foto di un Silvio (Sircana) dopo averle comprate a caro prezzo, pubblica quello di un altro Silvio (Berlusconi): è vero che notoriamente il Cavaliere è allergico alla par condicio, ma qui mi pare che si esageri e, soprattutto, che si usino due pesi e due misure. Anche se mi fa male dirlo parlando di lui… Berlusconi è comunque in gran forma, diciamo la verità. Parla coi giornalisti di Telecom, dando la propria disponibilità “in spirito di servizio” a mantenere l’italianità: roba da non credere! Racconta di essere in sintonia con Fassino al 95%, proverà il giorno dopo a mettere zizzania tra Rutelli e Prodi, fa numeri straordinari. Dimostra di avere una tempra da lottatore. Ma, diciamocelo, stavolta è costretto a inseguire e non a caso rilancia sul partito unico del centrodestra come risposta politica al PD. Per una volta gli innovatori siamo noi, non lui.
La scenografia dei DS fa più congresso rispetto al nostro, penserò più volte in questi giorni. Anche se la location della Margherita è altrettanto carica di valori simbolici: lo studio 5 di Cinecittà, il luogo di Federico Fellini. La fabbrica dei sogni, per rilanciare la politica e un governo che fin qui ha soprattutto generato incubi, per primo tra i propri sostenitori. Lo studio 5 di Cinecittà come luogo del sogno e richiamo della capacità creativa italiana. Non se ne accorge nessuno, ma è anche lo studio dove Maria De Filippi gira Amici e a quattrocento metri si sono appena spenti i riflettori sull’ennesima edizione del Grande Fratello. Vatti a fidare delle locations, pensa qualche delegato…
Fabio Mussi è la vice-star della giornata, dietro al Cavaliere. Lo piazzano sul palco accanto al suo conterraneo Andrea Manciulli, giovane e promettente segretario regionale toscano. Mando un sms ad Andrea per chiedergli “Ti hanno messo lì per bloccargli la strada verso l’uscita?” Non posso condividere con voi la risposta che mi arriva. Ma cresce in me, ora dopo ora, la convinzione che Mussi si sia messo in un angolo. O riesce a fare un partito unico con tutta la sinistra antagonista (e allora va bene ed è positivo riunendo da Giordano a Diliberto, da Pecoraro ai suoi) oppure l’idea della costituente socialista mi pare meno convincente. E a dirla tutta io proprio Mussi che non sta con D’Alema per stare con Bobo Craxi e De Michelis non ce lo vedo, tutto qui…
Berlusconi a un certo punto si gira (tra l’altro da dietro posso apprezzare che il lavoro ai capelli fatto dal Cavaliere è stato di grande livello, sembrano rifioriti e per un attimo mi sorprendo a pensare a come sarebbe il mio babbo se si affidasse allo stesso esperto del Cavaliere: con molti soldi in meno, ma anche con molti capelli in più) e punta Mussi. Ricorderò sempre la volta in cui lessi che Berlusconi aveva definito Mussi un incrocio fisico tra il sosia di Hitler e un salumiere di campagna. E anche le repliche di quello straordinario battutista che è Mussi (anche queste non riferibili via email). Per un attimo mi pare che si incrocino gli sguardi. Poi inizia Fassino. E per due ore parla di tutto. Parla bene, ma mi pare che la platea sia ancora timida, abbastanza fredda. Per provocare posso dire che mi pare che Fassino sia stato accolto meglio dalla Margherita domenica che dai DS giovedì. E che, viceversa, Franceschini abbia più convinto venerdì a Firenze che non domenica a Cinecittà. Paradossi del Partito Democratico, penso. Anche se mi dicono gli amici, anzi i compagni che erano a Firenze sabato, nella replica Fassino è stato applaudito con grande enfasi. Durante la relazione ascolto i commenti di Fioroni e Gentiloni ai quali sono seduto accanto. Dietro di me un trio di DS fiorentini che credono nel PD, nonostante in passato abbiano anche guardato alla sinistra del partito: Daniela Lastri, Sandra Maggi, Filippo Fossati. Apprezzo la liturgia tipica diessina e la colonna sonora curata da Luca Sofri. Penso che per l’ultima volta partecipo a un congresso diverso da quello cui partecipano i miei amici sindaci, alcuni dei quali trentenni come me. Mi scopro a pensare quello che potremo fare da grandi. Ma subito sono riportato nel presente da Beppe Fioroni che mi prende da parte e mi catechizza a dovere, spiegando che in questo periodo sono stato “troppo rutelliano”. Gentiloni sorride. Ma entrambi sanno benissimo che da lunedì, cioè da oggi, gli schemi saltano, non ci sono più appartenenze interne e la partita si gioca senza rete. Tutti. Non a caso Fioroni fa l’elenco dei suoi amici all’interno del gruppo ex-popolare, marcando per la prima volta, una distinzione da Franceschini e Letta. Ci sarà anche un nuovo partito, ma correnti e spifferi esisteranno sempre: l’importante sarebbe che si formassero sulle idee, non sulle antipatie o simpatie personali. Per questo nel mio piccolo mi batterò.
Penso che nel Partito Democratico non starò nella stessa corrente di Giovanna Melandri. Non so bene perché, forse mi brucia ancora il modo un po’ superficiale con cui si è schierata dalla parte dei presunti buoni nella vicenda Calciopoli. Forse non mi piace il modo con cui ha commentato la sconfitta dell’Italia per l’organizzazione di Euro 2012. Una sconfitta che tra l’altro mi dispiace ma mi fa essere contento per tanti motivi: per l’Ucraina e la Polonia, innanzitutto. Ma anche per la spocchia di Matarrese che vince il “Bella figura 2007” dichiarando ai media: “Non capisco perché ci fanno competere con Paesi di serie B, così è troppo facile”. E perché, forse, si apre davvero la discussione sullo stadio nuovo a Firenze, di cui ci sarebbe un gran bisogno. Forse non starò con la Melandri perché credo che questo Paese non debba sindacalizzare le questioni dei giovani e men che mai avere un ministero ad hoc.
Venerdì mattina. Arrivo a Roma con un po’ di ritardo, appena in tempo per sentire il Presidente Mattarella che annuncia che sono tra i due delegati che devono fare i segretari al congresso. Ruolo fondamentale, suppongo stupito, e infatti non serve a nulla, se non a stare sul palco, e accorgermi dall’alto della tribuna che il clima tra i dirigenti nazionali della Margherita mi sembra disteso, tranquillo. Le polemiche degli ultimi mesi sono solo un ricordo. Parla Romano Prodi e francamente non è brillantissimo (eufemismo). Mi pare che per il nostro premier – che pure su Repubblica di domenica racconterà con orgoglio il cammino degli ultimi dodici anni verso il PD – non stabilisca il giusto feeling con la platea. Persino quando aveva parlato Fassino egli era stato citato una sola volta in 110 minuti. E quando il segretario DS aveva elencato tutti i successi che abbiamo da quando siamo al Governo, Fioroni a bassa voce aveva commentato: “E nonostante tutto ‘sto casino, siamo sotto nei sondaggi”.
Poi parla Francesco Rutelli. Si vede che si è preparato attentamente ed è convincente. Parla poco meno di Fassino. I delegati lo seguono e lo applaudono ripetutamente. Si chiude una mattinata col segno più e con un piccione che svolazza in sala. Saranno anche gli studios di Fellini ma da campagnolo inurbato mi preoccupo non poco che il piccione – salutato da Peter Mandelson, il guru di Tony Blair, come “una cosa che porta fortuna” – possa svolgere i propri bisogni sulla mia testa. Improvvisamente penso che sono nati i falchi pellegrini sulla cupola del Duomo, ma sono troppo lontano da qui e imparano a mangiarsi i piccioni dopo circa sei mesi. Maledizione, è troppo presto: il falco non ci aiuterà; speriamo solo che il piccione non decida di svergognarmi in diretta davanti a tutti i delegati.
Il clima è surreale. Siamo in contatto con Firenze neanche fossimo a Tutto il calcio minuto per minuto. Enrico Ricci detto il Bomber, consigliere di quartiere della Margherita, è a Roma ma vorrebbe essere a Firenze, mi dice, per ascoltare Veltroni. Forse, se parte subito dopo la fine di Rutelli, riuscirà ad ascoltare almeno D’Alema. E anche qui capisci che ormai siamo una roba unica. Da parte mia mi tengo aggiornato con gli sms del mio assessore Elisa Simoni che mi racconta delle ovazioni per Veltroni, anche se – conoscendola – credo che in cuor suo non aspetti altro che l’intervento di D’Alema.
Mi arriva l’invito per partecipare in diretta alla trasmissione tv TG3-Primo Piano. È la prima volta che mi capita di tornare in diretta su una tv nazionale dopo che dalla Bignardi alle Invasioni Barbariche il Trio Medusa delle Iene mi ha massacrato per la mise troppo berlusconiana. Interviene il giovane consigliere comunale montelupino Luca Lotti e suggerisce un maglioncino a rombi costringendomi inopinatamente a levare la giacca e la cravatta di ordinanza. È un disastro. Dalle 24, appena terminata la puntata, vengo sommerso dagli sms di chi magari si complimenta anche per quello che ho detto, ma spara a zero sul povero maglioncino. La carriera di Luca Lotti come addetto al look si interrompe prematuramente qui. Penso che d’ora in poi alle trasmissioni TV deciderò da solo come vestirmi. E comunque abbozzo una difesa d’ufficio del mio maglioncino…come mi dice peraltro il mitico Michele Anzaldi: “L’unica alternativa decente era il pigiama”…
Al mattino viene a prendermi in taxi Bruno Cavini. E mi racconta, mentre raggiungiamo gli studi di Cinecittà, delle discussioni fiorentine e del voto del comitato di indirizzo della CRF che si esprime a favore della proposta di Banca Intesa-San Paolo. “Cambiare non è un dogma e nemmeno un dramma” abbiamo detto per settimane. Giustamente qualche amico che lavora nel mondo CRF (non solo la banca, ma anche le aziende collegate) mi segnala la necessità di insistere con più forza sul mantenimento dei livelli occupazionali. Cavini ottiene che questo sia presente nel documento approvato dal Comitato d’indirizzo.
Il sabato è il giorno delle conclusioni a Firenze e del dibattito a Roma. Intervengono in tanti e riesco a seguirli più o meno tutti, partendo da De Mita. È la prima volta che vedo De Mita da quando era stato a inaugurare la Sala Nicola Pistelli in Provincia (vedi il video). E quando vado a salutarlo mi fa mettere a sedere accanto a lui e mi rimprovera: “Avevo anghe una gualghe simbadia ber de. Boi non ho gabido bene i motivi della dua sgielda rudelliana”. Dico al Presidente De Mita – dandogli rigorosamente del lei, come sempre – che penso che il popolarismo sia una cosa più seria di un dibattito sui poteri di Antonello Soro. Un po’ il ragionamento che ho svolto nelle ultime enews e che riprenderò di lì a qualche ora nel mio intervento in congresso. “Su guesdo siamo d’aggordo”. L’appunto come risultato straordinario e me ne compiaccio. Poi De Mita parla, suscitando i soliti entusiasmi, quindi la Bindi molto apprezzata dalla platea, quindi Enrico Letta, Ermete Realacci, Paolo Gentiloni e il suo wiki-partito, Beppe Fioroni, Antonello Soro.
Mi pare un bel dibattito, ricco di stimoli e sollecitazioni. Dal Mandela Forum ci dicono intanto che Anna Finocchiaro abbia scatenato gli entusiasmi dei DS. Bene così, avanti tutta.
Arriva, ma non parla, Walter Veltroni dopo il discorso fiorentino del giorno precedente. Mi scopro, come molti credo, a pensare che potrebbe essere lui a raccogliere i sogni che oggi stiamo costruendo dentro il PD. Lo stimo molto e sul mio sito ho messo un video (girato da Franco Bellacci) in cui dodici anni fa (e una ventina di chili fa per me, almeno dieci per lui) lo accolgo insieme a un gruppo di giovani ad un’iniziativa del Comitato Prodi. Poi però penso anche che in realtà quello che sta emergendo – come dirà molto bene Rutelli in replica – è che c’è un noi, in questo gruppo dirigente del PD, che vale molto più di tanti io. E questo è molto bello.
Quando tocca a me, parlo delle tre parole che dovrebbero per me segnare il Partito Democratico: sogno, speranza, fantasia. E dico che nel mio pantheon ci metterei volentieri la capacità di stupire e di cambiare passo di Cristiano Ronaldo più che tanti slogan del passato. Avverto anche che non posso continuare con la solfa del “presidentepiùgiovaneditalia” e che la navigazione in mare aperto attende e mette alla prova anche la mia vocazione politica. Come sempre la linea d’ombra dell’orizzonte dà un senso di timore ma anche tanto entusiasmo. Esattamente come accadeva nelle route scout, ormai tanti anni fa.
Quando, alla fine, si vota, sono contento per tanti motivi. Il primo dei quali, peraltro, è che l’onorevole Roberto Giachetti finisce la sua “iniziativa non violenta” e smette il digiuno. Da 41 lunghe giornate andava avanti con tre cappuccini al giorno e integratori per chiedere che si mettesse una data di avvio del PD. Molti, io tra questi, non capiscono – perché non hanno nel loro DNA – la scelta di simili iniziative. Qualcuno ci ironizza sopra. Provo invece grande rispetto per scelte che non pure comprendo nella loro storia e nel loro valore e provo grande rispetto per Roberto. Chi ironizza non capisce che – anche se io probabilmente non lo farei mai – merita la massima stima pensare che ci siano persone che comunque si mettono in gioco in prima linea chiedendo a se stessi, non agli altri. La sera Giachetti ripartirà da un brodino e poi rinizierà piano piano ad abituarsi al cibo, dopo lo sciopero della fame più lungo della sua vita, anche più di quello per il conflitto d’interessi. Buon appetito, Roberto!
La domenica mattina vado alla Messa presto, nella Chiesa di sant’Agostino, accanto a Piazza Navona alle 8. La chiesa è vuota o quasi. Mi viene da pensare a La Pira che nel libro di Citterich parla della liturgia delle vecchine. È il vangelo in cui Cristo incarica Pietro. Penso al Papa e al suo libro, che ho appena iniziato a leggere. Penso anche a quante volte abbiamo parlato di laicità, ma nessuno ha sottolineato che per noi laicità è il dibattito sui dico, mentre da altre parti nel mondo significa consentire a donne e uomini di credere nel loro Dio senza chiedere il permesso a nessuno. Penso agli sgozzamente recenti in Turchia, candidata all’UE. È un ragionamento che ritorna quando Mattarella fa intervenire una deputata afghana appena eletta. Una deputata donna. Credo che per rispetto verso noi stessi dovremo parlare di più e meglio di laicità. Di più e meglio…
Si alternano sul palco ospiti stranieri più che a Sanremo e messaggi video. Siamo stanchi e tra di noi si sprecano le battute. Mi viene incontro Franco Marini e ne sono onorato. Mi dice “Presidè, si vede che ci ho l’influenza. Da lontano ti ho scambiato per Franceschini”. Gli rispondo: “Se lo dici a Dario ti querela”. Marini mi conferma che sarà a Barberino val d’Elsa il prossimo 6 maggio per l’iniziativa sui piccoli comuni, organizzata da Ermete. Quando Marini interviene si capisce che il vero leader degli ex-popolari è sempre lui. Parla a lungo, da uomo di partito non da presidente del senato, e la platea lo applaude. Più che Dario Franceschini che ha parlato prima di lui. Infine tocca a Rutelli. Replica sugli argomenti più controversi: PSE, laicità, famiglia. Ma mi colpisce soprattutto quando invita a volersi bene e mi pare quasi commosso. Non è il volemose bene all’Alberto Sordi (che tutte le volte fa tornare in mente l’immagine delle imitazioni di Rutelli fatte da Guzzanti nel 2001). È l’idea che ci sia nel nostro mestiere di politici il bisogno di un’autenticità, di una lealtà che sia innanzitutto con noi stessi prima che con gli altri, il bisogno di un’umanità profonda. Sentimenti che non possono essere correntizzati e distribuiti in quote all’Assemblea federale. Sentimenti che fanno della politica un’esperienza difficile, ma unica. Ripenso allora a Riccardo Francovich, cosa che ho fatto in più circostanze in questi giorni. Oggi lui, ulivista della prima ora, sarebbe stato felice. E ripenso a Meme Auzzi. Ancora non so che Fassino – in chiusura dei lavori fiorentini – gli ha dedicato il congresso. Definire Meme un pasdaran dell’ulivismo è offensivo, lui che il pasdaran al massimo lo era solo di Massimo d’Alema. E l’Ulivo era al massimo un organismo da convocare al tavolo dei sindaci. Ma ad Orvieto, a ottobre, Meme era molto divertito dall’idea di finire nello stesso partito di De Mita, tanto da chiamarmi mentre io ero ancora sulla strada verso la città umbra e dirmi: “Non ci crederai, ma sono alla sessione in cui c’è anche De Mita. Mi garba De Mita”. La politica è passione, scontro, confronto, internet ma anche tanti rapporti umani, mi dico. Cerca di non dimenticartelo mai, Matteo, mi ridico mentre i coriandoli investono il palco finale della Margherita. Prendo la mia maglietta con scritto “Sono partito democratico e non torno indietro”, sulle note straordinarie di One degli U2, raggiungo la macchina e lascio Roma, mentre Adrian Mutu a poca distanza in linea d’aria rende il congresso ancora più bello risolvendo la pratica Lazio. Per la terza volta in dieci anni, dopo il PPI e la Margherita, torno a casa cambiando casa. Ma con una convinzione in più: quella del Partito Democratico è una sfida straordinaria per ridare alla politica la dignità che le è propria. Sarà bello scommetterci insieme.
Intravedo una soluzione
aprile 11, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
È morto il vignettista Jhonny Hart, creatore di B. C. (Before Christ). Era stato al centro di alcune polemiche, in passato, ma era dotato– almeno a giudicare dalle strisce – di un’ironia graffiante e di una simpatia fulminante. Trovo meravigliosa quella del re cui un consigliere dice “Sire, il popolo ha sete”. E subito dopo un altro consigliere che afferma “Sire, i mostri del fossato hanno fame”. E il Re: “Intravedo una soluzione”. Forse non il massimo come formazione politica, però divertentissimo.
Rispetto per Matteo
aprile 11, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Bisognerebbe fare una cosa che a giudicare dalle reazioni dei giornali di questi giorni è impossibile fare: porsi davanti al suicidio di Matteo, studente torinese sedicenne che si è ammazzato, stanco di essere preso in giro dai compagni e non accettato dalle persone che gli stavano intorno, con tanto rispetto. Con quel rispetto che a quel giovane ragazzo è stato negato nella vita e forse anche nella morte. E con la voglia di farsi le domande giuste, non quelle suscitate dall’agenda politica del giorno, ma dal cuore di una persona. Bisognerebbe, cioè, provare a fare i conti col dolore di ragazze e ragazzi che in un mondo dominato dall’avere faticano a individuare il loro essere. Con l’angoscia di persone che provano il mal di vivere e che avrebbero tanto bisogno di un professore in meno e di un maestro in più. Un maestro, uno che educasse alla libertà. E invece oggi la parola educazione è quasi pornografica, nel senso che chiunque la usi è guardato male. E la parola libertà serve a tutto, tranne che alla vita. Copre le case dei partiti, le richieste degli egoisti, le ansie dei paurosi. Ma non copre, come dovrebbe, la centralità dell’uomo. Molti hanno pensato di ridurre tutto il suicidio di Matteo al problema dell’orientamento sessuale. Che senz’altro, immagino, sarà stato uno dei problemi di questo giovane torinese. Ma la vita va oltre la ginnastica da camera e va oltre anche i titoli dei giornali. E più che l’orientamento sessuale a quel ragazzo è probabilmente mancata una bussola nella vita. Quanto dovremmo sentirci colpevoli, tutti. Quando accadono certe cose, quando un sedicenne rinuncia a essere, quanto dovremmo domandarci come viviamo la nostra responsabilità. Noi che come società bombardiamo di falsi miti e stereotipi le persone più indifese, gli adolescenti, quelli che andrebbero aiutati a scoprire la felicità e che si trovano addosso – spesso – solo stracci di superficialità. Quanto dovremmo riflettere sui modelli che proponiamo e sulle immagini che propiniamo ai nostri ragazzi. Provate a pensarci: per offendere Matteo, lo chiamavano Jonathan. Come il vincitore di un’edizione del Grande Fratello di qualche tempo fa. Un ragazzo non di origine italiana, dalle movenze omosessuali (ma in realtà – ha precisato il portavoce di Jonathan il giorno dopo sulle agenzie – egli “è solo dandy”), diverso. Divenuto una star, con tanto di portavoce, perché chiuso 100 giorni nella casa del Grande Fratello. Jonathan. Su Avvenire Lucia Bellaspiga ha fatto una bellissima riflessione intorno a Jonathan. Jonathan vincitore del grande fratello, per gli adolescenti di oggi. Ma Jonathan come il gabbiano, per molti di voi. Il gabbiano Jonathan Livingston, uno dei punti di riferimento di intere generazioni di ragazzi. Chiamati a vivere la propria vita con la voglia di puntare in alto. Di inseguire spazi aperti, non di rinchiudersi alla ricerca dell’immagine e del successo nella casa del grande fardello. Sì, fardello. Il fardello di vivere una vita di striscio. Dove conta l’apparenza e non la sostanza.
Direte che forse la Pasqua mi ha fatto male. Può darsi. Ma mi ha fatto ancora più male seguire il dibattito sul dopo-suicidio. Quel ragazzo sedicenne è diventato l’ennesimo alibi per non parlare di cose serie. Quello che, allora, rilancia sui Dico come risposta ai fatti di Torino. L’Arcigay che chiede a Fioroni di non andare al Family Day. Il tal Vescovo che dice che se uno vota i dico lui non gli dà la comunione. Le stelle a cinque punte con minacce di morte contro Bagnasco. Che tristezza, amici. Se ci fosse una patente per chi fa politica mi piacerebbe ritirarla per tutti quelli che hanno collegato la storia di Matteo ai dico. Se ci fosse la possibilità di parlare con quel Vescovo gli chiederei se la nomina l’ha presa dal Papa o raccogliendo i punti del Mulino Bianco. Ma, soprattutto, se ci fosse modo mi piacerebbe che anziché fermarsi per un minuto di silenzio, di Matteo parlassimo solo per un minuto. E affidassimo il resto del nostro tempo alla riflessione, alla meditazione, alla preghiera per chi vuole, al silenzio. Il silenzio di chi sa di essere un po’ sconfitto anche lui.
Ho caricato, di nuovo, Preghiera in Gennaio sul mio Ipod, una bellissima canzone di De Andrè che dice: “Ai suicidi dirà, baciandoli alla fronte, venite in Paradiso laddove vado anch’io, perché non c’è l’Inferno nel cuore del buon Dio”. Ho scritto a tutti i presidi delle superiori regalando per la biblioteca di ciascuna scuola una copia del libro del gabbiano Jonathan Livingston. E continuiamo, nel nostro piccolo, piccolissimo, a tentare di offrire ai ragazzi occasioni perché il ruolo della provincia non sia solo quello di costruire le aule, ma anche – se possibile – di costruire occasioni di cittadinanza.
C’è l’area Bordon. Ma Bearzot?
aprile 11, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
A una settimana dal congresso finalmente sciolti i grandi problemi esistenziali che avevano tormentato una generazione di popolari nell’approdo alla Margherita. Tutta l’elaborazione culturale – enorme, imponente, magnifica – dei congressi ha trovato un proprio compimento nella sublime scelta di affidare al coordinatore della segreteria, Antonello Soro, un po’ di potere in più di prima. Tutti quelli dunque che hanno posto con forza il problema della cultura cattolico democratica in questi congressi possono finalmente tirare un sospiro di sollievo: c’è Soro. Ancora incerta la tenzone sul tesoriere. Resterà Lusi, rutelliano? Arriverà un popolare? L’indice Nasdaq freme in attesa della risposta e nella comunità civica si nota una certa fibrillazione. Dopo di che continuo a chiedere che ci sia almeno uno che mi indichi un cittadino normale, giovane o vecchio, settentrionale o meridionale, juventino o milanista, che mi dica “Entro nel Partito Democratico perché affascinato da questa discussione tra popolari e rutelliani sui poteri di Antonello Soro”. Trovatemelo e riconoscerò pubblicamente di aver sbagliato tutto quando chiedevo di fare un congresso parlando di politica. Come volevasi dimostrare, dunque, non possiamo non dirci rutelliani, visto che il Vicepremier sarà il candidato unico. Unico, ma non di tutti. Perché nel frattempo è arrivato Bordon che ha rivendicato “per la mia area” una posizione di “autonomia”. Bordon, vi rendete conto? Stiamo parlando dell’area Bordon! E poi uno vota a destra…
L’unico Bordon che ha fatto qualcosa di utile per il Paese è stato il portiere dell’Inter, numero 2 della nazionale dopo Zoff ai mondiali vittoriosi di Spagna. Che, almeno lui, si accontentava di stare in panchina senza lamentarsi di Zoff… Vi immaginate che faccia avrebbe fatto Bearzot se fosse nata – anche nel 1982 – l’area Bordon?
Eppure dovremmo dare tutti il nostro contributo perché non si avveri la perfida ironia della Jena su La Stampa: “Un sondaggio d’opinione dice che un italiano su quattro voterebbe per il Partito Democratico e una ricerca scientifica spiega che sempre un italiano su quattro rischia la depressione”.
Lo scimpanzè del pensiero plurale
aprile 2, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Esperto di archeologia e non di materie economiche; tutt’altro che cattolico come formazione e come storia personale; più impegnato negli scavi che non nei Ministeri. Il suo nome è Riccardo Francovich. Se n’è andato a 60 anni, cadendo da oltre venti metri di altezza.
Riccardo è stato Presidente della Margherita provinciale dal 2001 al 2004, accoppiato al giovane coordinatore popolare di cui la cultura “plurale e laica” che egli esprimeva non si fidava più di tanto. E allora aveva chiesto a Francovich di “riequilibrare”. In un memorabile intervento ad un’assemblea di Gambassi (dove fu accolto con un po’ di scetticismo dai nostri amici del locale PPI, perché Francovich conosceva bene per motivi professionali l’allora sindaco Malquori, oggi ottimo consigliere provinciale, a cui il mio partito allora faceva opposizione) Riccardo disse con un grande sorriso: “Matteo mi porta a giro considerandomi uno scimpanzé del pensiero plurale”. Negli ultimi anni le nostre strade si erano divise. E questo aumenta il mio rimpianto.
(Enews 174, lunedì 2 aprile 2007)



















