Solo per Aficionados: idee libere sull’India
gennaio 29, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Voglio raccontarvi del mio viaggio a New Dehli. Faccio parte, infatti, della delegazione italiana – guidata dal Vice Premier Francesco Rutelli – che partecipa al Congresso Internazionale sulla influenza del pensiero politico di Gandhi nel XXI secolo. Un’esperienza affascinante e ricca di sollecitazioni. Al di là degli argomenti politici e amministrativi del viaggio, confesso di essere sbarcato dall’aereo con grande curiosità. Soprattutto sotto il profilo sociale. Da tempo, infatti, tutti gli osservatori discutono intorno al miracolo indiano. Ancora nei giorni immediatamente precedenti alla mia partenza, i quotidiani italiani riportavano le analisi del Forum di Davos, dalle quali emerge con forza e chiarezza la straordinarietà dei numeri indiani: il PIL che cresce di oltre il 10% nel 2006; l’export che sale del 12,4%; le previsioni che annunciano il sorpasso dell’economia indiana su quella americana intorno al 2050. Insomma: un vero e proprio boom. Eppure…le contraddizioni rimangono vive e forti nel tessuto sociale indiano. Ho visitato appena il centro, una parte dell’immensa città vecchia (New Dehli conta circa 17 milioni di abitanti: una sorta di 50 Firenze messe insieme); ho avuto insomma appena la possibilità di farmi una piccolissima idea di come stanno le cose davvero. E mi rimangono nella mente e nel cuore le immagini soprattutto dei bambini. In particolar modo quelli che corrono lungo le strade a mendicare. Ci saranno anche ingegneri e new economy, ma vi garantisco che stringe il cuore vedere piccoli bimbi, (avranno avuto più o meno i quattro anni del mio Emanuele), buttarsi in mezzo alla strada, correndo a fianco dei bus turistici, per elemosinare una rupia con in collo i fratellini ancora più piccoli… Attenzione: ci sono sacche di miseria anche da noi.
Una strada per la scuola
gennaio 29, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Sarà che avere figli piccoli ti rende particolarmente sensibile sull’argomento, ma questa settimana avevo avuto alla stazione di Firenze un incontro particolare. Un piccolo, forse rom, di 6/7 anni che al mattino a Santa Maria Novella mentre ero in partenza per Roma mi ha chiesto l’elemosina. Alla mia domanda: “Perché non vai a scuola?”, la sua risposta è stata: “Questa è la mia scuola”. Ho chiamato al telefono l’Assessore Cioni. Mi ha assicurato che avrebbe fatto qualcosa. Ma l’idea di rovinare i bambini mi tormenta più di qualsiasi altro pensiero. Chi nega ai bambini la scuola è un ladro di futuro. Non possiamo assuefarci. Occorre mantenere alta la capacità di immaginare e ragionare.
(Enews 165, lunedì 29 gennaio 2007)
Il simbolo di una politica diversa
gennaio 22, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
E’ stata mia mamma a “presentarmi” Bob Kennedy. Andavo alle elementari e a scuola – la maestra ci aveva parlato del Sudafrica e dell’apartheid – si era discusso di razzismo. Di bambini col colore della pelle diversa. E del fatto che in tante zone del mondo proprio in virtù del colore della pelle si potevano avere meno diritti, meno opportunità. Come tutti i bambini mi sembrava impossibile prima ancora che ingiusto. E mi domandai, ingenuamente, se le cose potessero cambiare. Sì, che possono cambiare le cose, mi spiegò la mamma. E mi raccontò di un signore, ministro della giustizia americano, che aveva mandato addirittura i soldati pur di consentire a un ragazzo nero di studiare in un’università in cui alcuni bianchi non lo volevano. Quel signore si chiamava Robert Kennedy, ministro quando alla Casa Bianca stava il fratello John.
È così che ho imparato a conoscere Bob Kennedy. O forse il suo mito. Quando, poco più di 15 anni fa, un giovane parlamentare del PDS il cui nome era Walter Veltroni pubblicò un testo coi discorsi di Kennedy, chiamandolo “Il sogno spezzato” fui tra i primi ad acquistarne una copia. Ricordo l’assoluto fascino che certi discorsi del senatore americano esercitavano in me, non tanto per un’idea di politica – mondo che allora mi sembrava molto lontano – ma per un modo di approcciare la vita, fatto di coraggio, di talento, di sogno. Il discorso di Città del Capo sembra fatto apposta per farti riflettere in profondità su quello che sei e su che tipo di comunità vuoi: quante volte l’ho dato come momento di riflessione ai ragazzi scout con cui ho avuto la fortuna, negli anni, di camminare.
Oggi mi viene chiesto di scrivere di RFK 40 anni dopo la sua uccisione. A me che non ero ancora nato il giorno in cui gli spari di Los Angeles spezzarono quel sogno. E che pure sono talmente segnato da questa vicenda personale e politica, da aver voluto con grande forza – già presidente della provincia – proiettare Bobby, il bellissimo film di Emilio Estevez, appena uscito, ai ragazzi delle scuole superiori.
Non ho le competenze per un’analisi politica. Su quello che sarebbe potuto accadere e che quegli spari, come pure quelli di Memphis due mesi prima contro Martin Luther King, impedirono. Non so dire come sarebbe cambiato quel 1968 e che tipo di America diversa sarebbe nata. Che tipo di mondo diverso si sarebbe sviluppato. Né posso immaginare un simbolico legame tra quarant’anni fa e oggi, con Obama come nuovo leader carismatico chiamato a incarnare l’audacia di una speranza per gli Stati Uniti e il mondo. Sono tutte analisi interessanti, che stanno facendo e faranno tanti, più bravi di me.
Io mi limito a dire cosa vedo in Bob Kennedy e nel suo messaggio. Il coraggio di rischiare, di mettersi in gioco, di non accettare la mediocrità e la pigrizia. Il bisogno del coraggio, cioè, in un mondo politico che spesso ti costringe a mediazioni esasperate e esasperanti. Vedo in Bob Kennedy il cattolico che vive la politica come vocazione, l’uomo di fede che agisce laicamente, come pure era accaduto al fratello, ma senza rinunciare alle proprie convinzioni. Vedo l’uomo capace di mobilitare non semplicemente tanta gente o tante folle, ma un popolo, che gli vuole bene e che lo accompagna in modo commuovente per la sua campagna elettorale e per quel tragico e bellissimo ultimo viaggio in treno, dalla California al cimitero. Vedo un padre strappato dai suoi numerosi figli e vedo il membro di una famiglia straordinaria, nel bene e nel male. Vedo il politico che sceglie la più alta forma di servizio e prova a giocarsi con dedizione e fantasia, con impegno e con l’orgoglio di chi combatte concretamente contro la povertà e contro il razzismo, non per mezza seggiola in una commissione. Vedo insomma il sognatore concreto, l’oratore affascinante, il capitano coraggioso.
Molti di noi convivono con il sentimento di profonda delusione, se non addirittura di schifo e disgusto della gente verso i politici. In tempi in cui regna l’antipolitica e chi prova a mettersi in gioco è considerato dalle persone quando va bene un ambizioso che vuol fare carriera e quando va male un mangiapane a tradimento, Bob Kennedy rappresenta un simbolo per tutti noi. Il simbolo di una politica diversa, di una passione che ritorna, di un impegno di cui andare fieri.
Bobby
gennaio 22, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Mentre prosegue il tour nelle scuole, al cinema Principe di Firenze abbiamo organizzato la proiezione del film “Bobby” per le scuole superiori della Provincia di Firenze. Il film narra le storie di 22 persone che, appartenenti a mondi diversi, sono tutte toccate e segnate dall’omicidio di Robert Kennedy, avvenuto all’Hotel Ambassador di Los Angeles il 4 giugno 1968.
Abbiamo deciso di proporre questo film agli studenti delle scuole perché convinti della necessità di far scoprire e conoscere una figura così significativa della storia contemporanea ai giovani di oggi. Credo molto in iniziative come queste per stimolare gli studenti alla discussione e al confronto e farli sentire protagonisti della propria formazione. Alla proiezione erano presenti circa 340 studenti che hanno poi animato il dibattito con domande, riflessioni, provocazioni sul film, che vi consiglio davvero di andare a vedere.
Sono andato al cinema e ho visto…
gennaio 15, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
… un bel film. Messa così non mi pare una notizia da Enews, anche se per me andare al cinema, con i figli piccoli, è più o meno un evento eccezionale. Ho visto “The pursuit of happyness”, il nuovo film di Gabriele Muccino con una performance straordinaria di Will Smith e una ancora migliore del figlio… nella parte del figlio.
Il film a mio giudizio funziona bene, anche se il noto happy end (si tratta di una storia vera, quella di Chris Gardner, che prima perde tutto, diventa un senza casa, poi sbanca Wall Street e nel 2006 vende una parte della sua società per milioni e milioni di dollari) è più end che happy e fino alla fine si vive la tensione di un racconto forte. Molto più forte di quello che uno potrebbe pensare immaginando la coppia Smith/Muccino.
Alcune considerazioni:
a) che tristezza le sale vuote nei cinema. A maggior ragione pensando che stiamo parlando delle sale dell’Odeon, uno dei più bei cinema di Firenze. Mentre aspettavo la proiezione pensavo che sarebbe utile un’iniziativa per tenere aperti a scopo turistico i cinema al mattino, come già avviene in altre città. Metteremo l’APT a studiare un progetto…
b) la felicità come diritto, o meglio come ricerca, è uno dei cardini della Costituzione americana. Non a caso non mancano nel film i riferimenti a Thomas Jefferson. L’immagine finale di Smith con gli occhi rossi, in mezzo alla folla che cammina, è un’immagine fantastica di felicità (garantisco di non rovinarvi il finale a dirvelo…). Ma la felicità cos’è? E il diritto alla felicità può essere un obiettivo politico? È semplicemente una considerazione economica? Oppure va oltre? Quando Prodi, in campagna elettorale, ha parlato del diritto alla felicità per il nostro Paese mi è preso uno stranguglione, perché non credo che la politica abbia le carte in regola per parlare di felicità
c) il rapporto padre-figlio. In questa società priva di padri, per una volta la figura pessima la fanno le madri. Perché per una volta è la mamma che scappa…
d) la società americana. Dove vince il merito, dove più forte è la mobilità sociale, dove se hai una buona idea puoi farcela (la frase cult del film è il momento in cui Smith dice al figlio: “Non permettere a nessuno di impedirti di realizzare il tuo sogno”). Ma è anche la società delle contraddizioni, della gente che si trova in mezzo alla strada e dorme nei bagni della metropolitana, dello squilibrio che cresce tra chi ha sempre di più e chi sempre di meno. È la San Francisco del 1981 quella in cui è ambientata la storia, ripeto vera. Molto diversa dalle megalopoli di oggi?
Il film a mio giudizio funziona ed è bello. Capisco il motivo per cui ha incassato, prima di questo weekend, 124 milioni di $ negli States. Lo consiglio. Ma se siete un giovane babbo o una giovane mamma, con i figli che vi impediscono di andare al cinema, non lasciatevi ingannare dalle aspettative: si ride meno delle aspettative. Però si pensa di più…
(Enews 163, lunedì 15 gennaio 2007)
E chi le tocca?
gennaio 15, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Mi fanno morire dal ridere quei sindacalisti che urlano: “Le pensioni non si toccano”. Per quello che riguarda la mia generazione, la risposta è: “Nessuno, non le tocca nessuno”. Infatti, se dipenderà da quei sindacalisti, non solo noi non le toccheremo. Ma manco riusciremo a vederle da lontano.
Lavori finiti troppo presto?
gennaio 2, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Abbiamo inaugurato con 7 mesi di anticipo lo svincolo di Empoli S.Maria sulla FiPiLi: un bell’esempio di come il pubblico riesca a lavorare coi tempi e coi ritmi giusti. Lo considero un atto importante, che certifica il bel lavoro della Provincia, ma che dà anche un segno di speranza ai cittadini, troppo spesso abituati a pensare che gli enti pubblici misurano serenamente in anni il loro ritardo. Ovviamente una rondine non fa primavera, ma vorrei dire che l’impegno principale che dovremmo tutti prendere per questo 2007 coi cittadini è quello di non rassegnarsi a che nel pubblico i tempi siano biblici per definizione. Un giorno risparmiato per i cittadini prima che un giorno risparmiato è un segno di attenzione e un modo per volersi bene di più come comunità.
La Juve in Serie B
gennaio 2, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Sarebbe un vero peccato chiudere questo 2006 e aprire il 2007 senza un deferente saluto alla Juventus in serie B. C’è andata con un processo farsa, con un calcio che ha fatto la parodia di se stesso, con tutto quello che volete. Ma è la Juve. E sta in serie B. Siccome temo che all’inizio del 2008 la rivedremo al suo posto – temo – lasciateci godere almeno a questo giro…
La morte richiesta: Piergiorgio Welby
gennaio 2, 2007 by Matteo Renzi · Leave a Comment
La vicenda umana di Pergiorgio Welby ci ha costretto a riflettere di più sulla morte, e quindi sulla vita. Sul senso di ciò che facciamo, sul significato della parola limite. Ci ha costretto a porci più di una domanda di senso. Ora, ognuno la pensi come vuole – e credo che personalmente su quasi tutto la penso diversamente da come la pensava Welby – ma in tempi di culi svolazzanti di ballerine in tv (come dimenticare che in questa società la vera donna dell’anno è la Elisabetta Gregoraci, la valletta delle intercettazioni con il portavoce di Fini, che oggi ha visto il suo cachet probabilmente aumentato dopo gli scandali, non diminuito…) confrontarsi con la morte consente di discutere di cose serie. Discutere male, probabilmente, per come sono andate le cose. Ma perlomeno si è discusso.
Nello stesso momento in cui affermo la positività di questo dibattito, dico che le modalità con le quali è stato gestito sono ingiuste e sbagliate. Negli ospedali italiani decine di medici e migliaia di persone al termine della loro esistenza – lontani dai clamori – affrontano il grande passo con umanità, senza sbandierare una dignità a senso unico, ma trovando, caso per caso, le soluzioni. Mi sono in questi mesi avvicinato per motivi personali e istituzionali all’esperienza del FILE: l’idea guida di questa fondazione è che il paziente sia aiutato nelle fasi finali della sua malattia in tutti gli aspetti, medico, infermieristico, psicologico, sociale e spirituale. La morte è un nemico da combattere, ma quando essa diviene ineluttabile il FILE aiuta a creare una relazione serena e condivisa tra il malato e le persone che lo aiutano, offrendo il maggior numero di informazioni utili e sostenendo la vicinanza dei familiari. Qualcuno in passato ha parlato di pornografia della morte, sostenendo che della morte non si possa più parlare. Ma la morte, “’a livella” avrebbe detto Totò, c’è ed è per tutti. E non scappa. Affrontarla con dignità è possibile, non solo urlando a tutta pagina “eutanasia”, magari come quella per i bambini approvata in Olanda. Davanti a questo mistero è sensato giocare con le generalizzazioni? Perché non dare spazio al FILE o altre realtà analoghe? Perché non confrontarsi seriamente sui temi del testamento biologico anziché provocare sull’eutanasia? Perché dividere – per l’ennesima volta – laici e cattolici quando di divisioni nessuno avverte la mancanza?
Suggerisco, accanto a questo, di fare un giro su internet. E di andare a vedere le storie di chi ce le fa, di chi non si rassegna, di chi vince e vive. Soffrendo, naturalmente. Ma vive. Come Mario Melazzini, l’oncologo affetto da Sla che si ostina a non desiderare la morte. Ne per sé né per quelli che la invocano come “diritto” e che risponde, alla domanda “Cosa le ha tolto la Sla?”: “A parte la motricità, nulla. Anzi, mi ha dato tantissimo. Mi ha fatto percepire quanto la medicina sia impotente di fronte alle malattie. Mi ha insegnato a chiedere aiuto. Chi l’avrebbe mai detto che un giorno mi sarei soffocato sorseggiando un bicchiere d’acqua? Dal modo in cui uno s’occupa di te capisci d’esistere.”
Suggerisco anche di leggere il libro di Piergiorgio Welby, Lasciatemi morire, di Rizzoli. Non perché dica le cose che dico io, sull’eutanasia. Anzi. Esattamente il contrario. Ma il libro – che dà spazio alla sua lettera a Napolitano, al suo blog e ad altri documenti, racconta la lotta di un uomo che il 15 giugno 2002 scrive “Ho paura di morire, ho paura di vivere. Volevo morire come il Miliziano di Capa, il sole negli occhi. Morirò rantolando come stamattina. Nessuno ti insegna a morire, troppi vogliono insegnarti a vivere… Ho paura, conosco solo la morte degli altri: amici, familiari, sconosciuti. Ma la mia?” Almeno si discute di cose serie, non della scelta di staccare una spina con la stessa facilità con cui si prende un caffè al bar.Un’ultima considerazione: i funerali. Da cattolico mi domando il perchè del diniego del Cardinal Ruini. Non lo capisco. E tutto ciò per un motivo non legato alla pietà. Se consento le esequie religiose ai suicidi (e meno male sono consentite, sia chiaro!), perchè le devo negare a chi si fa staccare la spina? Dov’è la differenza? Non capisco e mi sembra una mossa più legata al can-can mediatico che non al catechismo. Per lo meno io la penso così.
Da cittadino mi chiedo: perchè i laicisti che contestano le cosiddette ingerenze della chiesa nella società si permettono di giudicare le scelte della chiesa stessa sulla celebrazione o meno di un proprio rito? Io, cattolico, critico e chiedo spiegazioni. Ma i sostenitori del laicismo come possono dettare la linea alla chiesa anche su scelte (discutibili) che appartengono solo ad essa?



















