Procreazione medicalmente assistita
maggio 27, 2005 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Rispetto al tema della procreazione assistita, ritengo che si debba recuperare una dimensione laica della politica, contro l’integralismo di un certo mondo religioso e il fanatismo di chi equipara il Vaticano ai Talebani. Nel farlo scopriamo alcune contraddizioni della Legge 40 (mi sembra difficile negare, ad esempio, che alcuni passaggi di questo testo siano in contraddizione con la Legge 194 che regola l’aborto, fermo restando naturalmente il diritto di tutti e di ciascuno di coltivare le proprie idee sull’interruzione di gravidanza), testo che credo vada comunque difeso perché la vittoria dei sì al referendum farebbe cancellare alcuni limiti significativi. Io credo che in un tempo come quello che viviamo la cultura del limite sia un valore da difendere. E non accetto che mi si dica che questo è un discorso da “cattolico”. Non perché la mia fede non riguardi la mia vita. Ma perché la laicità in politica significa prendere atto che non le motivazioni religiose (che riguardano solo me e chi la pensa come me), ma le esigenze civili che investono l’intera comunità, impongono uno sguardo non ideologico su questa legge.
La legge 40 in diversi punti va esplicitamente contro la morale cattolica. Accetta, e non potrebbe essere diversamente in uno stato laico, la fecondazione omologa, non consentita dalla dottrina vaticana. Consente per le coppie di fatto, e non solo per gli sposati, il ricorso a queste tecniche. Si differenzia in almeno un altro paio di circostanze dalla stretta morale religiosa.
Cancelliamo allora il furore ideologico di questo scontro di religione. E veniamo al merito.
Le scoperte scientifiche di oggi consentono di capire qual è il momento in cui “quel grumo di cellule” che chiamiamo embrione e che – a differenza di ciò che dice Veronesi – è molto diverso dallo scimpanzè, smette di essere un grumo di cellule e diventa persona? Qual è il preciso istante in cui inizia la tutela giuridica? Dopo sei settimane, dopo che si è formato il cuore, dopo che è nato? Questo è un dibattito su cui uno può essere buddista o agnostico, cattolico o ateo ma deve cedere il passo alla scienza e alla biologia. Qui l’anima non c’entra. C’entra la tecnica. Ebbene, ancora oggi non si riesce a capire qual è il momento preciso. Certo non il momento nel quale uno inizia a usare il cervello, come ha sostenuto qualche Solone del pensiero contemporaneo, perché questo consentirebbe la non tutela verso i neonati, verso i portatori di handicap grave, verso i malati mentali. Ma si tratta di un contrasto giuridico tra l’interesse legittimo dell’embrione (che io giudico un diritto soggettivo) e l’interesse legittimo della donna ad avere un figlio. Non c’è Ruini che tenga, è il diritto che conta. Ma su questo posso umilmente affermare che il fatto che non vi sia chiarezza sotto l’aspetto scientifico è un elemento che mi spinge ad astenermi.
E ancora: l’eterologa. In questa società senza padre, come viene definita da qualcuno, possibile che si parli di queste materie con un rigurgito di femminismo ormai datato come se il tema riguardasse solo le donne? E ancora: le cellule staminali. Davvero la ricerca sugli embrioni consente di curare le malattie? Non saremo davanti a un caso di forzatura mediatica che banalizza un tema, quello della ricerca, su cui senz’altro cogliamo alcune contraddizioni (le migliaia di embrioni congelati e non impiantati che fine fanno?) ma che non passa necessariamente dagli embrioni?
Ora, davanti a questa complessa vicenda io riconosco un vertiginoso squilibrio. Stiamo parlando di cose serie, che spalancano sull’abissale confronto sulla vita e sulla morte. Rivendico il diritto di avere una mia idea, a prescindere da quella degli altri, innanzitutto. E nel caso di specie dico che se il Parlamento con i suoi consulenti, i suoi esperti, i suoi mesi di lavoro, produce questa legge, che è migliorabile, che è perfettibile, che è discutibile ma che è un passo in avanti rispetto al Far West di prima dove c’erano i casini incontrollati, posso pensare che non è il referendum – in questo caso – a chiarire alcunché? Che non tocca alla casalinga di Voghera mettersi a discutere se l’impianto di tre embrioni va bene, di due anche, di quattro no, va bene aumentiamo, arriviamo a cinque, no cinque è troppo, ok chiudiamo a quattro affare fatto qua la mano?
Quanto alla correttezza istituzionale di non andare a votare, che qualcuno mette in dubbio, preciso che l’istituto referendario – nel momento in cui prevede un quorum – legittima un’astensione consapevole. È stupido, semplicemente stupido, che di volta in volta questo atteggiamento sia contrastato dai leader sostenitori delle abrogazioni che magari al precedente referendum si sono astenuti.
Più che le primarie ci serve un primario. Bravo.
maggio 27, 2005 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Non volendo imitare Berlusconi, il centrosinistra prova a imitare il Milan contro il Liverpool e, forte di un vantaggio di tre goal nel primo tempo, si imbambola in discussioni inutili arrivando in sette minuti al 3-3. E chissà come andrà ai rigori, se continuiamo così.
Unione = Milan dunque, e appare evidente agli occhi di tutti che il centrosinistra più che delle primarie ha bisogno di un primario. Psichiatra. Perché una trama del genere al Cavaliere non la poteva regalare nemmeno il miglior sceneggiatore di Mediaset.
Il referendum sulla PMA
maggio 17, 2005 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Quella del 12-13 giugno è stata un’Italia sorprendente, che ha mandato a votare appena un cittadino su quattro per i referendum oggetto di un grande dibattito nel Paese almeno nell’ultimo mese. Credo che chi accusa di “pigrizia intellettuale” gli astenuti potrebbe scoprire di essere vittima di un errore.
Non perché non ci sia da fare una evidente riflessione sulla crisi dell’istituto referendario e su questo benedetto quorum, ma in considerazione del fatto che un risultato così basso è stupefacente.
Non entro nel merito di un giudizio sul referendum. E nemmeno sulle ripercussioni politiche, per le quali è sufficiente notare come accusare Rutelli di combutta con Berlusconi (che peraltro ha taciuto nei giorni precedenti il referendum… forse non aveva i sondaggi veri) è un atto indegno. Mi piacerebbe che quelli che si sono lanciati in violenti accuse contro il presidente della Margherita si domandassero se è più coerente l’ex sindaco di Roma che in Parlamento vota a favore della legge 40 e decide di difenderla contribuendo a non raggiungere il quorum, oppure una come Stefania Prestigiacomo che vota a favore della legge e poi improvvisamente diviene la paladina del fronte referendaria con toni da ultras che fanno francamente sorridere. Non ho mai pensato che si potesse utilizzare il referendum come strumento per consolidare una potenziale leadership, ma che si doveva faticosamente ricostruire il dopo. Quello che ci attende oggi, e su cui misureremo l’intera classe dirigente.
Mi limito però a pormi un problema: come si può dire che ha vinto l’Italia bigotta, oscurantista, clericale citando il caso del Sud quando in nessun territorio provinciale si è raggiunto il quorum? Che è successo alla Puglia che due mesi fa era la campionessa della modernità perché (ringraziando il cielo!) eleggeva un gay, comunista, combattente contro il sistema di potere tradizionale e che ora diviene un avamposto del menefreghismo clerico-moderato? Qualcuno se la sente di darmi una risposta?
La morte di Giovanni Paolo II
maggio 12, 2005 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Ovviamente sono tanti gli argomenti dei quali sarebbe interessante parlare che si sono succeduti nelle ultime settimane. Su tutti, mi pare fuori discussione, la morte di Giovanni Paolo II, dopo 27 intensi anni di pontificato e l’elezione al soglio pontificio del cardinale Ratzinger. Credo che l’affetto ed il rispetto dimostrati, dalla gente comune come dalle autorità civili e religiose, nei confronti del papa polacco abbiano sorpreso molti. Compresi i cardinali e la gerarchia ecclesiastica (tradizionalmente contraria a forme emozionali giudicate spesso eccessive) i cui dubbi sono sembrati quasi travolti dall’intensa fiumana di decine di migliaia di persone che hanno voluto salutare per l’ultima volta Wojtyla.
E devo dire che la suggestione anche comunicativa di quei giorni corona l’esperienza umana di Giovanni Paolo II, un papa che ha saputo utilizzare i media confrontandosi con intelligenza e capacità di pensieri lunghi. È stata simpatica l’espressione di Bono Vox, leader degli U2, che ha definito Wojtyla “il miglior front-man” della Chiesa Cattolica. Perché Giovanni Paolo II è stato (anche) questo. Mentre la Chiesa spesso mostra di avere paura della modernità, Giovanni Paolo II ha abbracciato i media; mentre il mondo oggi si inchina alle regole dei lifting e del fitness lui non ha avuto paura di mostrarsi vecchio e seduto in carrozzella, “malato tra i malati” come disse prima di andare a Lourdes; mentre il conflitto tra generazioni pare essere una nota costante di questa società per motivi economici, culturali, etici, è stato il Papa che più invecchiava più parlava ai giovani.
Non credo che nell’ultimo giorno della sua vita, Giovanni Paolo II, operato, in difficoltà di parola e di nutrizione, sia riuscito a dedicare ai giovani la frase che alcune testate hanno riportato: “Vi ho cercato, adesso siete venuti da me. Vi ringrazio”. Per carità tutto è possibile, ma credo giusto che le fiction rimangano a Canale 5 o Rai 2. Qualsiasi cosa il papa sia riuscito a dire è tuttavia certo che la presenza dei ragazzi in Piazza San Pietro ad accompagnarlo per l’ultimo viaggio non possa che avergli fatto piacere. Del resto lo schema è stato paradossalmente molto simile a quello delle Giornate Mondiali della gioventù che proprio il Papa – accompagnato dal cardinale argentino Pironio – aveva voluto a partire dal 1983. Ragazzi con le chitarre e con l’entusiasmo a vegliare. Poi la notte passata nei sacchi a pelo. E quindi al mattino la messa con il Papa di chiusura della GMG. E’ ciò che è accaduto nel sabato senza vespri del 2 aprile 2005. Non è possibile non pensare con serenità al fatto che Giovanni Paolo II sia morto a casa sua, accompagnato dalle preghiere del suo popolo e dalla vicinanza dei suoi giovani.
Gli stessi che hanno usato toni entusiastici sul Papa defunto si sono poi stracciati le vesti nel momento in cui hanno appreso la notizia dell’elezione di Benedetto XVI, lamentandone in particolar modo la chiusura sulla morale sessuale, sull’atteggiamento verso le modifiche sociali che sta subendo la famiglia; come se queste posizioni non fossero state esattamente le stesse del papa polacco, del quale Ratzinger è stato il principale collaboratore. Uno può tentare di fare paragoni sull’età, sul carisma, sulla capacità di relazionarsi coi media, sulla volontà di riformare la gerarchia dei due successori di Pietro: magari scopre significative differenze. Ma impostare una riflessione preoccupata su Benedetto XVI per il suo eccesso di conservatorismo “morale” non sottolineando che si tratta – in questo – di totale continuità col pensiero di Wojtyla mi pare fuori luogo. Dire poi che Ratzinger sarà un papa “che rafforza Bush” mi pare una lettura con una superficialità da guiness dei primati. Ho letto diversi libri di Ratzinger, anche perché l’uomo scrive. Scrive molto. Forse troppo se è vero che alla fine ha pubblicato persino con Marcello Pera (e poi dicono che il nuovo Papa non è sensibile ad aiutare quelli in difficoltà). Ma il messaggio che traspare è un grande messaggio di autenticità della fede. Dove l’amicizia con Cristo risorto (va da sé: per chi ci crede) è il punto centrale. Non le ideologie neo-con, meno che mai il bombardare in nome di Dio come soluzione alla crisi delle istituzioni internazionali.
Del resto noi stessi siamo stati vittime inconsapevoli di un teatrino tra il conservatore e il progressista nel dibattito pre-conclave che non ha dato la vera misura della posta in gioco. Il bipolarismo dei cardinali non è quello della politica…
La morte di Terri Schiavo
maggio 12, 2005 by Matteo Renzi · Leave a Comment
Dispiace che la morte del Papa abbia “oscurato” sui media un’altra scomparsa della quale si è discusso poco. Mi riferisco a Terri Schiavo e alla sua lunga agonia. In settori delicati come quelli di cui stiamo discutendo – che aprono vertiginosi baratri alla coscienza dell’uomo moderno – talvolta invidio, più spesso compatisco, chi si nutre di verità ideologiche. Trovo doveroso che su questi temi ci si confronti laicamente, sapendo che la vita dell’umanità è stata segnata spesso da passaggi delicati e complessi. Terri Schiavo, dopo un incidente, si è trovata in stato vegetativo. Naturalmente non poteva parlare, ma dava più volte l’impressione di rispondere con gli occhi ad alcune sollecitazioni della madre o dei parenti. Il marito ha combattuto una lunga battaglia legale, sostenuta dalla maggioranza dell’opinione pubblica secondo tutti i sondaggi che pure si sono abbattuti in modo copioso su quella povera vita straziata, per ottenere l’autorizzazione a staccarle la spina, sostenendo che Terri gli avesse confidato la propria volontà di procedere all’eutanasia. I genitori di Terri chiedevano di lasciarla vivere: alla figlia avrebbero pensato loro, pronti anche – con l’aiuto di un munifico benefattore – a chiudere col marito una lunga querelle economica che alcuni ritenevano essere la base dello scontro. Non tocca a noi naturalmente entrare nei meandri di uno scontro tra la famiglia d’origine e quella acquisita di una donna di 43 anni che “molti hanno visto e quasi nessuno ha guardato”. Quello che più interessa è capire quali sono i limiti giuridici prima ancora che morali che in vicende del genere vanno rispettati. I sostenitori della tesi del marito hanno più volte sottolineato il fatto che quella di Terri non fosse vita. I genitori e i sostenitori pro life hanno insistito sulla mancanza di un esplicito consenso della donna all’eutanasia ed hanno sottolineato come la morte della loro figlia, morte di fame e inedia, sia stata una tortura (Terri è stata infatti staccata dalle macchine dell’alimentazione). Ha scritto a tutta pagina il Foglio, che continua a regalare grande spazio a questi temi, “Dai tempi del Terzo Reich nessun innocente era stato mai messo a morte”: il tono è molto duro, ma l’argomento merita attenzione, anche solo per essere contestato. Ci sono tante Terri Schiavo nel mondo. Per alcune i genitori, i parenti, gli amici, chiedono di farla finita. Perché non ce la fanno più, perché sono convinti che i loro cari soffrano di più, perché non credono alla possibilità di recupero o perché non reggono un colpo così micidiale. Per altri si mobilitano i quartieri, i paesi, le piazze e si fanno i turni di volontariato per dare una mano, per fare riabilitazione, per stare vicini a una mamma, a una moglie, a un parente: sono i momenti nei quali i congiunti scrivono con la loro sofferenza lettere d’amore che nessun poeta potrebbe mai riportare. Nell’uno e nell’altro caso è il mistero della vita e della morte che si ripropone. Nessuna facile ideologia rende l’idea di un così complesso tema. La mia opinione è che di Terri Schiavo alla fine si è parlato troppo poco, sotto tutti i profili. Quello etico, certo; ma anche quello giuridico (se uno ammette l’eutanasia, come può non regolarla giuridicamente con un consenso formalmente e sostanzialmente ineccepibile?) ed anche quello politico (come la famiglia viene aiutata in questi casi? come si passa dagli slogan alla realtà?)
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